Tanti auguri papà – poesia di Antonio Trani

Te ne sei andato all’improvviso come avesti voluto e da solo senza neanche un saluto.
Senza dare a nessuno il modo di ringraziarti per esserci stato, per essere stato.
Te ne sei andato senza lasciar detto nulla di più di quanto avessi già detto.
Eppure di te e per te continuo a sentire e vedere.
È così strana la normalità che sembra non essere tale ma normalità dovrà essere purtroppo.
Oggi Emanuele reciterà per me la sua poesia, io reciterò per te la mia ogni giorno che sentirò la tua mancanza, ogni giorno che ricorderò le mie poesie da bambino, ogni giorno che i miei figli avranno un padre, ogni giorno che… ogni giorno!
Auguri papà

Cinque Anatre – Guccini

Cinque anatre volano a sud: molto prima del tempo l’inverno è arrivato.
Cinque anatre in volo vedrai contro il sole velato, contro il sole velato…

Nessun rumore sulla taiga, solo un lampo un istante ed un morso crudele:
quattro anatre in volo vedrai ed una preda cadere ed una preda cadere…

Quattro anatre volano a sud: quanto dista la terra che le nutriva,
quanto la terra che le nutrirà e l’ inverno già arriva e l’ inverno già arriva…

Il giorno sembra non finire mai; bianca fischia ed acceca nel vento la neve:
solo tre anatre in volo vedrai e con un volo ormai greve e con un volo ormai greve…

A cosa pensan nessuno lo saprà: nulla pensan l’inverno e la grande pianura
e a nulla il gelo che il suolo spaccherà con un gridare che dura, con un gridare che dura…

E il branco vola, vola verso sud. Nulla esiste più attorno se non sonno e fame:
solo due anatre in volo vedrai verso il sud che ora appare, verso il sud che ora appare…

Cinque anatre andavano a sud: forse una soltanto vedremo arrivare,
ma quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare, che bisognava volare,
che bisognava volare, che bisognava volare

Lo scorpione – Trilussa

Quanno che lo Scorpione s’innamora
chiama la Scorpioncina, je s’accosta
e lì je fa la solita proposta
come se fosse propio una signora.
Pija un pretesto pe’ portalla a spasso
de dietro a quarche sasso,
je zompa addosso eppoi
credo che, su per giù, fa come noi.
Ma er divario sta in questo: la compagna,
appena ch’è finito er pangrattato,
s’avventa su l’amico disgrazziato,
l’ammazza, lo fa a pezzi e se lo magna.
Una vorta, in campagna,
viddi ‘sta scena e dissi in mente mia:
Sarà quarche delitto passionale,
soliti drammi de la gelosia…-
Ma la Scorpiona indovinò er pensiero
e disse: – Nun è vero!
Pe’ nojantre è un istinto naturale
ch’è la legge più bella che ce sia.
Noi sapemo ch’er maschio è traditore:
finché j’annamo a ciccio è così bono
che ce spalanca tutto: anima e core
e ce mette su un trono.
Ma, appena trova quello che cercava
e s’è levato li capricci sui,
monta sur trono lui
e la povera femmina è la schiava.
Io, però, che so’ furba e previdente,
pe’ nun vedé la fine de l’amore
ammazzo er maschio anticipatamente…-

E con un’aria da soddisfazzione
la Scorpioncina agnede fra le piante
pe’ rosicà la coda de l’amante:
l’urtimo avanzo de la relazzione.

Strage di Capaci – marcomkc

Capaci.

Cratere della civiltà.

Sono stati capaci di farci respirare sangue.

Con uno Stato incapace di difendere suoi Pezzi.

Ci sono pezzi di carne nella mia anima.

C’è odore di solitudine per le vittime.

Mi appartengono le grida della moglie di Vito:

“Vi perdono se avete il coraggio di cambiare…”,

e la foto di Falcone e Borsellino col loro sorriso pulito,

e tutte le persone che fanno il loro dovere fino in fondo.

E ti guardo negli occhi, cittadino italiano.

Leggo la rassegnazione dello sconfitto

ed il menefreghismo del sopravvissuto.

L’unico modo però per non morire, italiano,

è non dimenticare.

Riempire il cratere della civiltà.

Siamo Capaci!

marcomkc

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Video Pensa – Fabrizio Moto

Aggiungete i vostri ricordi per favore… è importante!

La notte e la memoria – Marco Costanzo

Stanotte ho guardato la notte,

nera, assoluta.

Unica speranza le limpide stelle,

sguardi discreti di un timido Dio.

Stamattina ho guardato mio figlio

ed ho visto me e lui ad Auschwitz,

separati al cancello dalla follia degli uomini.

Stamattina ho provato un dolore,

muto, assoluto.

Che pena sapere che l’uomo

non ha ancora imparato ad essere Uomo.

Dedicato ai morti di Auschwitz e di tutte le dittature di destra e di sinistra

Digitale Purpurea – Giovanni Pascoli

Siedono. L’una guarda l’altra. L’una
esile e bionda, semplice di vesti
e di sguardi; ma l’altra, esile e bruna,

 

l’altra… I due occhi semplici e modesti
fissano gli altri due ch’ardono. «E mai
non ci tornasti?» «Mai!» «Non le vedesti

più?» «Non più, cara.» «Io sì: ci ritornai;
e le rividi le mie bianche suore,
e li rivissi i dolci anni che sai;

quei piccoli anni così dolci al cuore…»
L’altra sorrise. «E di’: non lo ricordi
quell’orto chiuso? i rovi con le more?

i ginepri tra cui zirlano i tordi?
i bussi amari? quel segreto canto
misterioso, con quel fiore, fior di…?»

«morte: sì, cara». «Ed era vero? Tanto
io ci credeva che non mai, Rachele,
sarei passata al triste fiore accanto.

Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria; un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblìo dolce e crudele.

Oh! quel convento in mezzo alla montagna
cerulea!» Maria parla: una mano
posa su quella della sua compagna;

e l’una e l’altra guardano lontano.

II

Vedono. Sorge nell’azzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno d’incenso.

Vedono; e si profuma il lor pensiero
d’odor di rose e di viole a ciocche,
di sentor d’innocenza e di mistero.

E negli orecchi ronzano, alle bocche
salgono melodie, dimenticate,
là, da tastiere appena appena tocche…

Oh! quale vi sorrise oggi, alle grate,
ospite caro? onde più rosse e liete
tornaste alle sonanti camerate

oggi: ed oggi, più alto, Ave, ripete,
Ave Maria, la vostra voce in coro;
e poi d’un tratto (perché mai?) piangete…

Piangono, un poco, nel tramonto d’oro,
senza perché. Quante fanciulle sono
nell’orto, bianco qua e là di loro!

Bianco e ciarliero. Ad or ad or, col suono
di vele al vento, vengono. Rimane
qualcuna, e legge in un suo libro buono.

In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,

l’alito ignoto spande di sua vita.

III

«Maria!» «Rachele!» Un poco più le mani
si premono. In quell’ora hanno veduto
la fanciullezza, i cari anni lontani.

Memorie (l’una sa dell’altra al muto
premere) dolci, come è tristo e pio
il lontanar d’un ultimo saluto!

«Maria!» «Rachele!» Questa piange, «Addio!»
dice tra sé, poi volta la parola
grave a Maria, ma i neri occhi no: «Io,»

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a

ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all’alba, nell’ignara anima, spento.

Maria, ricordo quella grave sera.
L’aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M’inoltrai leggiera,

cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi… (l’altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido…) si muore!»

In memoria di una donna coraggiosa

Questa volta non pubblico una poesia ma invito i lettori a commentare questa notizia con la poesia che credono più appropriata.

Brutta giornata per l’Umanità…

Marco

La morte di Benazir Bhutto, in questo senso, contiene una lezione per tutti, anche per quelli che sono chiamati ad azioni e scelte molto più piccole, più normali, delle sue: fare quello che si crede giusto, quello in cui si crede, senza preoccuparsi all’infinito delle conseguenze, senza trovare ragioni, più o meno valide, per rimandare, rinunciare, arrendersi.

Repubblica.it – Blog – My Tube » Blog Archive » In memoria di una donna coraggiosa

Fimmini Siciliani – Michelangelo Balistreri

Cu vostru chiantu inchistivu lu mari
cu la prighiera pittastivu lu suli
e ricamannu li pinsera ‘ntra lu cori
a la Sicilia arrialastivu l’amuri.

Manu ca strincinu manu
e abbattinu mura
vuci ca cancianu u distinu
e cummogghianu dulura
e occhi ca talianu figghi
scappari luntanu comu cunigghi.

Facci stanchi
supra ‘na valanza
comu linzola bianchi
chini di spiranza
ca quannu agghiorna
salutanu la morti
e pittanu lu suli
e inchinu lu mari
e quannu è notti
parranu o Signuri
e ancora ci dumannanu picchi?

Michelangelo Balistreri

Col vostro pianto riempiste il mare
con la vostra preghiera dipingeste il sole
e ricamando pensieri dentro il cuore
alla Sicilia regalaste l’amore.
Mani che stringono mani
e abbattono mura
voci che cambiano il destino
e coprono dolori
e occhi che guardano figli
scappare lontano come conigli.
Facce stanche sopra una bilancia
come lenzuola bianche
piene di speranza
che quando fa giorno
salutano la morte
e dipingono il sole
e riempono il mare
e quando è notte parlano al Signore
e ancora chiedono perchè?

www.michelangelobalistreri.it

La morte – Tagore

“La morte, Tua schiava, è alla mia porta.

Ha attraversato il mare sconosciuto

e ha recato alla mia casa il Tuo richiamo.

La notte è buia e il mio cuore è spaurito

eppure prenderò la lampada, aprirò le porte

e m’inchinerò dandole il benvenuto.

E’ il tuo messaggero che sta alla mia porta,

l’adorerò a mani giunte, e in lacrime.

L’adorerò ponendo ai suoi piedi

il tesoro del mio cuore.

Fatta la commissione, se ne ritornerà

lasciando un’ombra oscura sul mio mattino;

e nella mia casa desolata rimarrà

solo il mio corpo abbandonato

come mia ultima offerta a Te”

(Rabindranath Tagore)

L’UOMO E IL MARE – Charles Baudelaire

Uomo libero, tu amerai sempre il mare!
Il mare è il tuo specchio; contempli la tua anima
Nello svolgersi infinito della sua onda,
E il tuo spirito non è un abisso meno amaro.
Ti piace tuffarti nel seno della tua immagine;
L’accarezzi con gli occhi e con le braccia e il tuo cuore
Si distrae a volte dal suo battito
Al rumore di questa distesa indomita e selvaggia.
Siete entrambi tenebrosi e discreti:
Uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi,
O mare, nulla conosce le tue intime ricchezze
Tanto siete gelosi di conservare i vostri segreti!
E tuttavia ecco che da innumerevoli secoli
Vi combattete senza pietà né rimorsi,
Talmente amate la carneficina e la morte,
O eterni rivali, o fratelli implacabili!
Charles Baudelaire, 1857