Addio George Michael Careless whisper… Tradotta

Paura di morire…

​Dicono che un fiume prima di gettarsi in mare prova un tremito di paura. Si volta indietro e vede in un colpo d’occhio tutta la sua camminata: i picchi, le montagne. Il lungo cammino sinuoso attraverso la foresta, i villaggi, e vede davanti a sé un oceano tanto grande che entrarvi non rappresenta altro che scomparire per sempre… Ma non c’è alternativa. Il fiume non può più tornare indietro. Deve rischiare ed entrare nell’ oceano. Ed è solo quando entra nell’oceano che la paura scompare, solo allora si rende conto che non si tratta di scomparire nell’oceano ma di diventare oceano: da un lato è scomparire, dall’altro è rinascere. Così è la vita: non si può più tornare indietro, ma solamente andare avanti ed avere il coraggio di diventare oceano… (Cit.)

Più triste della morte…

Più triste della morte c’è solo la morte di un bambino.

Per nostra incuria quanti bambini muoiono nel mondo. Per il nostro egoismo quanto poco riusciamo a guardare oltre il nostro naso per non pensare solo a noi. Però a volte con tutte le nostre cure, con tutta la tecnologia del mondo, con tutto il nostro essere pieni di noi stessi, non possiamo evitare che un bambino muoia anche quando ha le cure migliori.

Questa storia, la storia di una famiglia che ha ribattezzato la morte come “nascita in cielo” è significativa per dare ad ognuno di noi la vera prospettiva da cui partire per ogni speculazione intellettuale.

La vita terrena possiamo arricchirla quanto vogliamo (o possiamo) ma è un orizzonte limitato. Quando ognuno di noi si avvicina ad un giorno di dolore ineliminabile, tornare a leggere questo brano può far si che un momento di tristezza dia un significato affatto nuovo alla nostra vita.

Grazie Michele per il tuo coraggio. Che la vera Pace alberghi sempre nel tuo cuore ed in quello dei tuoi bambini. E che Virginia vi sorrida sempre in ogni buon sogno che farete.

Marco

 

La foresta del ricordo.

Sabato 2 Novembre, un punto nella foresta della città di Coblenza, Germania.

Un po’ di mesi fa abbiamo ricevuto l’invito di scegliere l’albero. In Germania tutto è pensato e pianificato, nulla al caso. L’associazione dei genitori dei bambini morti di cancro della quale facciamo parte, ci invitava a scegliere l’albero per nostra figlia. Un albero da piantare nella foresta che attornia la città. Un albero per collegare la terra e il cielo. Un albero che rimanga, anche più dei genitori che sono sopravvissuti , almeno per ora. Un albero con la targhetta per mettere sotto il cielo per iscritto che c’erano degli Angeli qui sulla terra, mandati da lassù per urlare al mondo di darsi una mossa, di convertirsi, di non cercare la verità tra le ghiande ma di guardare in su.

Appuntamento alle dieci in un parcheggio dove di solito partono passeggiate a piedi all’interno della foresta. Tutto è indicato. Mi aspetto non tanta gente. Nell’ultimò ritrovo dell’associazione eravamo 5 o 6 famiglie. E invece no. Quando si parla di infinito sono tutti li. Quando si parla di riprendere il discorso interrotto sono tutti pronti a partecipare.

17 famiglie sotto un cielo grigio e qualche goccia di pioggia qui e lá. 17 famiglie , ognuna con una storia non a lieto fine. 17 famiglie che hanno provato fino in fondo il sapore della vita, non sempre dolce come descritto in TV o nelle riviste. 17 famiglie che si guardanocon affetto anche se magari è la prima volta che ci si incontra. 17 famiglia che viaggiavano a grande velocità nella vita ma che a un certo punto hanno sbattuto il culo per terra, hanno sentito il ruvido dell’asfalto che gratta prima i vestiti e poi consuma la pelle, che hanno avuto la sabbia in bocca , tra i denti. E da allora la strada della vita è per sempre cambiata: altra direzione, altra velocità, un altro paesaggio la contorna.

Aspettiamo quindi in maniera più o meno ordinata sul bordo di un grande prato all’interno del bosco. È ora: discorso di rito per spiegare le modalità di come pianteremo gli alberi. Ogni famiglia ha ricevuto un numero che corrisponde all’albero del tipo scelto e questi sono già nel loro buco. Noi dobbiamo solo chiudere il buco e mettere i pali che terranno diritti gli alberi…. Nulla è lasciato al caso come solito. La truppa parte quindi giù per un sentiero erboso. L’aria è umida e l’erba bagnata ma non piove ancora. L’aria è piacevolmente fresca. Non pensando alla situazione meteo, io sono l’unico della famiglia con scarpe da trekking. Gli altri della nostra truppa hanno invece scarpe per tutti i giorni. Mi consolo osservando che la nostra famiglia non è l’unica ad essere sprovveduta. Arrivati alla fine del sentiero giungiamo su quello che sarà il parco: è stata disboscata un pezzetto di foresta e da un lato sono stati messi tutti in fila gli alberi per i nostri figli in cielo. Essendo stato disboscato il terreno ed essendo tutto bagnato, il fango è ovunque. Ondeggiando e affondando proseguiamo per il nostro albero: il numero otto. Da casa abbiamo portato due pale, Tancredi inizia a spingere la terra dentro il buco e io faccio le foto di rito. La vista da li sulla foresta è molto bella. In futuro verranno messe il vicini panchine per fare il picnic e la spianata di fango diventerà un bel prato. Vicino ad ogni albero c’è una palo di legno con il posto per un cartello. Dopo esser sprofondati nel fango, andiamo dove ci viene dato il nostro cartello da personalizzare. In realtà è una pietra, dei quelle piatte, di quelle che qui venivano usate sulle case. Scrivo da una parte il nome della mia bimba, poi giriamo la pietra piatta e i bimbi ci possono disegnare. Matilde fa un angioletto e una farfalla, Tancredi un fiore, Sofia invece scrive una frase. I nostri bimbi sono come sempre incredibilmente giocosi anche in queste occasioni, anche se hanno sempre nel cuore la sorellina scomparsa. Proprio guardando le altre famiglia li vicino, mi rendo conto come il Padre ci abbia dato una grazia: non tutte, infatti, sono così spensierate e giocose. Lo si capisce dai volti testi, dalle bocche rivolte all’ingiù, dalle mezze frasi che si scambiano. Torno all’albero per far fissare la scritta, poi mi viene un dubbio se metterla dal lato con il nome, quello che ho scritto io, o dal lato dei disegni dei bimbi. Beh all’unisono i bimbi vogliono i loro disegni e quindi che così sia. Virginia è sicuramente la in mezzo a noi, a tenerci uniti , ad accarezzarci e anche lei di sicuro avrebbe gradito i loro disegni e scritti.

Da li a poco passa un aiutante con uno strumento per piantare i pali: anche qui nulla al caso. Due pali per tenere diritto l’albero. E se l’albero poi si secca? Nel discorso iniziale è stato previsto anche questo: la famiglia verrà contattata di nuovo per piantar e tutto bene. Arriva il pianta pali, con la sua flemma tutta tedesca. Io aiuto a tenere dritto l’albero, in tanta che lui pianta. Dopo di noi tocca a una famiglia indiana. Lui è scuro di pelle, baffi, molto basso e sempre sorridente. Anche la moglie è scura e bassa, anche lei sorridente. Ricordo la prima volta che li abbiamo incontrati: era in quelle occasioni in cui l’associazione di cui facciamo parte si ritrova per un piccolo rinfresco e meditare un po’. Anche allora questa coppia era tanto sorridente, poi in un tedesco misto a inglese hanno raccontato della loro figlia, volata in cielo a diciotto anni. In cielo. Cielo pieno di bambini santi che hanno finito la missione affidatagli dal Padre nostro. Noi poveri mortali che non capiamo, che non riusciamo a capacitarci di quello che sia successo, che cerchiamo motivazioni tutte terrene e terrose. Tutti che cerchiamo comunque un collegamento con il cielo. Di queste diciassette famiglia multicolore composte da cattolici, musulmani, induisti e atei…. Tutti qui a cercare un collegamento con il cielo, un collegamento rappresentato da un albero. Ponte ideale appunto tra terra, di noi terroso, e il cielo dei Santi e degli Angeli.

Finito il tutto andiamo in un ristorante poco lontano da li per mangiare qualcosa tutti insieme. L’atmosfera è carina ma noi sediamo inevitabilmente vicini a chi conosciamo, con chi abbiamo già scambiato sentimenti e lacrime. Nel gruppo e infatti appartengono famiglia fino a dieci anni indietro nel tempo: ci sono famiglia che hanno perso il loro bimbo dieci anni fa. Scruto alcune di queste famiglia a me nuove , ma l’indicatore di felicità è simile alle altre. Ci sono alcuni con sguardo duro, comportamenti distaccati e compiti. Altri invece dallo sguardo amichevole. Qualcuno si confida sottovoce. Un altro racconta di un ricordo, dell’albero sotto cui sedeva spesso la figlia. Quello stesso albero hanno piantato oggi.

Quanti sentimenti, quanta umanità tutta raggruppata insieme. Mi fa sentire vivo’ mi fa sentire di essere qui per qualcosa. I nostri figli giocano con quelli degli altri. In queste occasioni sembra proprio che tra i fratelli superstiti si crei qualcosa di magico, come se abbiano , anche conoscendosi poco, un linguaggio comune.

Quando eravamo a Medjugojie con Virginia, Visca, una dei veggenti, ci ha detto che era una grazia quello che ci stava capitando. Sul momento non avevamo capito, avevamo forse un sentore, una sensazione ma non capivamo. Oggi posso dire che l’esperienza passata grazie a Virginia ha cambiato la nostra vita, ci ha fatto vivere veramente e non smetterò mai di ringraziarla per quello che ci ha portato.

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Morii per la Bellezza – Emily Dickinson

Morii per la Bellezza, e non appena
mi ebbero accomodata nella tomba
un uomo morto per la Verità
venne deposto nella stanza attigua.
Mi chiese piano perche’ fossi morta.
“Per la Bellezza”, gli risposi pronta.
”Io per la Verità”, soggiunse lui.
”Sono una cosa sola, siam fratelli.”
Come parenti incontratisi una notte,
conversammo da una stanza all’altra,
finché il muschio ci raggiunse le labbra, ricoprendo per sempre i nostri nomi.

Emozioni – 20 anni dall’omicidio di Don Peppino Diana

Giuseppe Diana, chiamato anche Peppe Diana o Peppino Diana (Casal di Principe, 4 luglio 1958Casal di Principe, 19 marzo 1994), è stato un presbitero, scrittore e scout italiano, assassinato dalla camorra per il suo impegno antimafia[1][2].

Il suo impegno civile e religioso contro la camorra ha lasciato un profondo segno nella società campana. Il Liceo Scientifico di Morcone dal 21 aprile 2010 prende il suo nome.

http://www.digireale.com/2014/03/19/un-grande-uomo-spesso-non-fa-rumore/

 

 

Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
ritrovarsi a volare
e sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare
un sottile dispiacere.
E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire
dove il sole va a dormire.
Domandarsi perché quando cade la tristezza in fondo al cuore
come la neve non fa rumore
E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere
se poi è tanto difficile morire.

E stringere le mani per fermare
qualcosa che
è dentro me
ma nella mente tua non c’è…

capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni
tu chiamale se vuoi
emozioni

Uscir nella brughiera di mattina dove non si vede un passo
per ritrovar se stesso.
Parlar del più e del meno con un pescatore per ore ed ore
e non sentir che dentro qualcosa muore…
E ricoprir di terra una piantina verde sperando possa
nascere un giorno una rosa rossa.
E prendere a pugni un uomo solo perché è stato un po’ scortese
sapendo che quel che brucia non son le offese.

E chiudere gli occhi per fermare
qualcosa che
è dentro me
ma nella mente tua non c’è

capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni
tu chiamale se vuoi
emozioni.

Battisti
Autori: Battisti-Mogol

Elogio dei piedi – Erri De Luca

Erri De Luca @ Trento Film Festival
Erri De Luca @ Trento Film Festival (Photo credit: Niccolò Caranti)

 

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

 

 

Erri De Luca

« Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. »
(Erri De Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi, Torino 2002)

Definito “lo scrittore del decennio”[2] da Giorgio De Rienzo, critico letterario del “Corriere della Sera“.

Dopo gli studi al Liceo Umberto, nel 1968, a diciotto anni, raggiunge Roma, dove prende parte al Gaos (Gruppo di Agitazione Operai e Studenti), gruppo che fonderà Lotta Continua a Roma. Erri diventerà in seguito il responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua.[3]

In seguito svolge numerosi mestieri in Italia ed all’estero, come operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore.[4] Durante la guerra in ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui lo yiddish e l’ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio”, non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico.

Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant’anni: Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli.

Regolarmente tradotto in francese, spagnolo, inglese, tra il 1994 e il 2002 riceve il premio France Culture per Aceto, arcobaleno, il Premio Laure Bataillon per Tre Cavalli e il Femina Etranger perMontedidio. È del 1999 il libro Tu, mio.

Collabora a diversi giornali (La RepubblicaIl Corriere della SeraIl ManifestoAvvenireGli Altri) e oltre ad articoli d’opinione, scrive occasionalmente anche di montagna. Come dichiara in alcune interviste televisive Erri De Luca è un grande amante della montagna.

 

C’è un paio di scarpette rosse… poesia di Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald [Continua…] erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chissà di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti
non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

di Joyce Lussu

 

Guarda questa bellissima pagina sulla Shoah

http://famedisapere.wordpress.com/shoah/

Tanti auguri papà – poesia di Antonio Trani

Te ne sei andato all’improvviso come avesti voluto e da solo senza neanche un saluto.
Senza dare a nessuno il modo di ringraziarti per esserci stato, per essere stato.
Te ne sei andato senza lasciar detto nulla di più di quanto avessi già detto.
Eppure di te e per te continuo a sentire e vedere.
È così strana la normalità che sembra non essere tale ma normalità dovrà essere purtroppo.
Oggi Emanuele reciterà per me la sua poesia, io reciterò per te la mia ogni giorno che sentirò la tua mancanza, ogni giorno che ricorderò le mie poesie da bambino, ogni giorno che i miei figli avranno un padre, ogni giorno che… ogni giorno!
Auguri papà