Ecologia e senso della vita

se sei un ecologista forse puoi investire 24 minuti della tua vita nell’ascoltare Mauro Scardovelli che parla di un libro che forse tutti dovremmo leggere

Guarda “Mauro Scardovelli commenta Vandana Shiva”

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Disastro

Seduta su uno scoglio
Sentivo piangere
L’intero universo

Guardava il disastro
Provocato dall’uomo
Sulla povera terra.

Il mare partecipe
Raccoglieva
Lacrime.

Sandra Greggio

Ecosofia

Ascoltando questa intervista puoi iniziare a conoscere i principi dell’ecologia profonda o ecosofia. La tua opinione, al solito, è sempre gradita

Ascolta “”Ecologia profonda: il sogno dell’uomo ecocentrico” – Intervista a Selene Calloni Williams”

Perché dobbiamo diventare ecologisti

IN ECOLOGIA L’ARROGANZA DI POCHI E L’INDIFFERENZA O L’IGNORANZA DI MOLTI CAUSANO SEMPRE IL MALE PER TUTTI.

MARCO COSTANZO

 

L’inquinamento dei grandi centri urbani sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. Secondo Rossi Albertini però una tecnologia risalente a più di un secolo fa, ma che solo negli ultimi anni ha raggiunto la sua maturazione, consentirebbe di eliminare tutto questo. E’ l’auto elettrica. Tramite una serie di dimostrazioni fatte con oggetti semplici, di uso quotidiano, spiegherà in cosa consiste la rivoluzione della mobilità elettrica. Laureato con lode in Fisica Atomica e Molecolare, è il primo dottore di ricerca in Italia in Scienza dei Materiali. All’insegnamento di Chimica-Fisica, ha recentemente affiancato quello di Divulgazione della Scienza, presso l’università di Roma 2. E’ stato responsabile della divisione “Fotonica di raggi X” del CNR e delle attività applicative del Super-laser “Sparx”. Svolge attività di comunicazione scientifica per le maggiori reti televisive nazionali, con più di 700 presenze negli ultimi 5 anni.

 

 

Ecosia: piantiamo alberi mentre usiamo Internet

Hai mai provato Ecosia? Ecosia è una società che ha creato un metamotore di ricerca che devolve la maggior parte dei suoi profitti nel nobile scopo di piantare alberi.

Questo video è molto esplicativo.

 

 

Qui alcune informazioni da Wikipedia

 

Ecosia è stato lanciato il 7 dicembre 2009, in concomitanza della conferenza ONU sui cambiamenti climatici di Copenhagen. Il motore di ricerca è il successore di progetti di ricerca benefici come Xabbel, Forestle e Znout, ideati dal fondatore di Ecosia, Christian Kroll. Forestle e Znout hanno cessato l’attività nell’agosto 2013 e i loro URL sono stati reindirizzati su Ecosia.

Dal 2009 fino a luglio 2013, Ecosia ha collaborato con il WWF per preservare il Juruena National Park e il Tumucumaque Conservation Landscape, che si trovano entrambi nella foresta pluviale a nord del Brasile, donando l’80% del suo reddito e raccogliendo oltre 1,3 milioni di euro[8].

 

Qui il sito di Ecosia attraverso il quale potete installare questo motore di ricerca

https://www.ecosia.org/

 

Se sei un ambientalista puoi visitare anche le pagine del progetto “Neopartigiani – Ambientalisti digireali e nonviolenti”

#custodiamoilfuturo Il tetto solare più grande al mondo

La Tesla sta costruendo il tetto solare piu’ grande del mondo.

E’ sulla sua fabbrica in Nevada, la Nevada Gigafactory nei pressi della citta’ di Sparks. Una volta terminata l’opera, il sistema generera’ 70 megawatt di energia. Finora il record e’ in India, dove invece l’impianto solare piu’ grande del mondo, per ora, genera 11.5 megawatt di elettricita’.

Cosa si produce dentro la Gigafactory? Prodotti che saranno di servizio alle automobili elettriche della Tesla, of course. Per ora da qui e’ partita la produzione di massa di batterie al litio, operazione che va avanti dal Gennaio 2017. L’edificio e’ tale che nonostante la produzione sia gia’ partita alcune ale sono ancora in via di costruzione, come appunto la copertura totale del tetto.  In questo momento solo il 30% dell’edificio e’ completato.

Uno dira’, ma quant’e’ grande questo edificio e perche’ ci vuole tutto questo tempo?
Perche’ si tratta dell’edificio piu’ grande del mondo. Siamo solo al 30% ma la superficie impiegata e’ gia’ di 450mila metri quadrati, su piu’ piani di lavoro.

L’idea non e’ solo di costruire componenti per le vetture elettriche di Mr. Elon Musk, ma anche di produrre queste stesse componenti in modo sostenibile, senza energia fossile e usando solo rinnovabili e batterie.

Cioe’ senza petrolio, gas e carbone consumati direttamente.

Oltre al tetto da 70 Megawatt, sette volte piu’ grande dell’impianto indiano, veranno usate una serie di installazioni fotovoltaiche a terra.

A regime, entro il 2020, verranno qui costruite batterie al litio a un ritmo di 50 Gigawattora l’anno, piu’ che in tutto il resto del mondo messo assieme e abbastanza per alimentare 500mila Tesla. Il tutto senza una goccia di petrolio.

Ha le idee chiare questo Elon Musk, e certo non ha paura di osare e di pensare in grande. Puo’ darsi che le cose non filino cosi liscie, che ci saranno errori e ostacoli, ma gia’ solo pensare e volerlo il futuro da’ speranza.

 

Fonte: https://dorsogna.blogspot.it/2018/03/la-tesla-costruisce-il-tetto-solare-piu.html

#ambiente La miopia degli esseri umani

Me lo ricordo il Professor Francesco Stoppa che diceva di comprare solo vestiti di fibre naturali ed ecco qui.

E’ un numero strabiliante: il 73 percento dei pesci in acque profonde ha mangiato microplastica. E’ un tasso elevatissimo, mai visto prima.

Alcuni ricercatori della National University of Ireland nella citta’ di Galway in Irlanda hanno analizzato gli intestini di 233 pesci raccolti in acque profonde dell’Atlantico, a circa 600 metri di profondita’ e hanno qui trovato che circa 170 di questi aveva plastica in corpo. Appunto il 73% del totale.

Lo studio e’ apparso sulla rivista chiamata Frontiers in Marine Science e il capo del gruppo di ricerca si chiama Thomas Doyle.

La microplastica giace in superficie, i pesci di acque profonde migrano verso l’alto per mangiare plankton, ed e’ probabile che e’ da qui che arriva la loro contaminazione. Cioe’ scambiano la plastica per plankton.

Un esempio e’ quello di un pesce con 13 pezzettini di plastica di cui il piu’ lungo di circa 5 centimetri.

Certo puo’ essere che i pesci provengano da una zona dell’Atlantico particolarmente inquinata, ma questi numeri sono veramente impressionanti. Un altra ricercatrice del gruppo,  Alina Wieczorek dice che presto cercheranno di analizzare altri campioni in altre parti del mare.

Ma che di plastica si tratta?

Non ci avrebbe mai pensato nessuno.

Per la maggior parte si trattava di microplastica e di microfibre, di colore nero e blu. Sono pezzi che arrivano da fibre sintetiche, polyestere, rayon and nylon.

Sono i nostri vestiti.

Una sorpresa, vero? Nessuno pensa che questo possa essere il fato dei nostri vestiti sintetici, e invece eccoci qui. Quando si lavano le fibre sintetiche anche in lavatrice queste possono lasciare tracce dietro di se, anche senza che le buttiamo via. Un giubbotto di materiale sintetico puo’ rilasciare la bellezza di 250,000 fibre nel corso della sua vita e dei suoi lavaggi. Un indumento di polyestere puo’ invece rilasciare circa 1,900 fibre in una sola lavata.

I filtri e i depuratori non riescono a trattenerli tutti, e la maggior parte finisce in oceano. Intanto, in mezzo a queste microplastiche o microfibre artificiali possono esserci anche degli additivi, come coloranti o anti-incendio, o altre sostanze tossiche. E quindi oltre a durare per sempre, una volta ingerite possono causare forti danni agli animali, come l’infiammazione degli intestini, nausea, e mancanza di nutrimento.

E cosi, arriva dalla California una nuova proposta: se i vestiti sono fatti piu’ del 50% di materiale sintetico questo deve essere aggiunto ad un “avviso” al consumatore: che potrebbero essere rilasciate microfibre di plastica, e quindi si raccomanda il lavaggio a mano.

Non ci credo neanche per niente che nessuno seguira’ questi consigli. E’ tutto troppo difficile per l’Americano medio.  Dal canto suo la California Fashion Association si oppone a questa legge perche’ gli portera’ via business.

E’ un problema grande, di cui la maggior parte delle persone non sa niente.

Come sempre, non sono solo i pesci.

Siamo noi, perche’ siamo noi che andiamo a mangiare quei pesci anche se vivono a 600 metri sotto il livello del mare.

Dalla plastica dei nostri vestiti, alle lavatrici, al mare, ai pesci, alla nostra acqua, al nostro corpo, al nostro futuro.

Non più soldi al petrolio

Basta soldi per cercare petrolio. La Banca Mondiale dal 2019 non finanzierà mai più attività di esplorazione e produzione di greggio o gas. L’inversione a U sui combustibili fossili dell’istituto di Washington avviene per sostenere gli obiettivi previsti dallo storico Accordo di Parigi sul clima a cui due anni fa aderirono 196 nazioni (Usa inclusi, salvo poi il dietrofront di Donald Trump). Si faranno eccezioni nel prendere in considerazione progetti nei Paesi poveri “dove ci potrebbero essere chiari benefici in termini di accesso all’energia”.

Leggi il resto qui…

https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/banca-mondiale-2019-stop-petrolio

Convegno a Torraca (SA) l’11 Settembre 2017 sul tema del libro “La vita al tempo del petrolio” #ecologia

Con il patrocinio del Comune di Torraca, il giorno 11 Settembre 2017 verrà presentato il libro “La vita al tempo del petrolio”.
Parteciperà l’autore Aldo Ferrara.
La partecipazione può essere confermata a questo link
oppure telefonicamente al 3404931860
LocandinaTorraca 11settembre 17
Inquinamento e cambiamenti climatici stanno modificando la geofisica planetaria e ci costano un’enormità in termini di malattie e dissesto territoriale.
Se la dominante del XX secolo è stata la dipendenza dai derivati del petrolio, impiegati in ogni attività umana da quelle industriali alle domestiche e quotidiane, nel XXI il teorema post-capitalistico è un altro: maggiori sono i consumi, maggiore è la potenza contrattuale. Così l’oro nero ridisegna i confini della geopolitica, diventa sempre più foriero di guerre, malattie da inquinamento, causa di forti sperequazioni, generatore da una parte di grandissime ricchezze, dall’altra di sconfinate povertà.

8 milioni nel mondo! Tanti i decessi, ogni anno, per i cambiamenti climatici. E sono stimati per difetto. A cosa attribuire infatti l’aumento della morbosità della malaria per effetto dello spostamento negli emisferi subtropicali dell’Anopheles? Come dimostrare che aumenta la mortalità degli anziani per gli effetti dovuti all’estremizzazione del clima? Estremizzazione non tropicalizzazione come i media erroneamente affermano. Come spiegare che la mortalità italianaper Ca polmonare, oggi attestata a circa 90 casi ogni 100 mila abitanti, nel primo dopoguerra (1951), era di soli 7 casi /100 mila? Sono e saranno sempre di più queste le conseguenze della vita basata sul petrolio? La politica anticipata dal Presidente americano Donald Trump, fervente fautore di un’economia basata interamente sul petrolio, con un Segretario di Stato, Rex Tillerson,
potentissimo CEO della Exxon, sarà drammatica, sotto questo aspetto? La risposta è un vigoroso SI.
Inquinamento e cambiamenti climatici stanno modificando la geofisica planetaria e ci costano un’enormità in termini di malattie e dissesto territoriale.
Se la dominante del XX secolo è stata la dipendenza dai derivati del petrolio, impiegati in ogni attività umana da quelle industriali alle domestiche e quotidiane, nel XXI il teorema post-capitalistico è un altro: maggiori sono i consumi, maggiore è la potenza contrattuale. Così l’oro nero ridisegna i confini della geopolitica, diventa sempre più foriero di guerre, malattie da inquinamento, causa di forti sperequazioni, generatore da una parte di grandissime ricchezze, dall’altra di sconfinate povertà.

Di questi argomenti tratta il volume “La vita al tempo del petrolio” promosso dall’European Research Group on Automotive Medicine (ERGAM) e di prossima pubblicazione a cura della Casa editrice Agorà & Co di Lugano, nella Collana di Testi e Saggi di ERGAM.
Nella Prima Parte del Volume lo scenario sviluppato è il drammatico cambiamento climatico per l’uso irrazionale di fossili. La Conferenza di Parigi (COP21) ha prodotto una risoluzione che il mondo civile aspettava ma difficile da realizzare perché gli interessi nel settore petrolifero sono duri a morire. Un mondo consapevole spera ancora che le energie alternative, finora utilizzate in percentuali irrisorie, entrino definitivamente nei nostri stili di vita, dedicando maggiore attenzione alla prevenzione delle patologie da gas tossici. Dunque si muore di petrolio perché produce gas tossici o venefici ma anche perché scatena le guerre.
Da Rockefeller all’Eurasia è passato poco più di un secolo ma mai come adesso tutto sembra cambiare. Si può dire che ad ogni cambiamento epocale del XX e dell’inizio XXI secolo ha coinciso o forse determinato un panorama petrolifero diverso, sia in tema di estrazione sia di trasferimento.
Nella Seconda Parte, il protagonista è lo scacchiere dell’Eurasia, area di scambi petroliferi sempre intensi. Una vasta regione composta da cinque Stati, i cosidetti “cinque Stan” al centro di un cambiamento geopolitico epocale.
Guerra guerreggiata come stiamo osservando dalle cronache. Il contesto è l’attuale scacchiere del MO, squassato dalla guerra che si consuma nel Nord Iraq e che ha superato per dinamiche e gravità la sempiterna contesa israelo-palestinese. Questa guerra asimmetrica, difficile da comprendere quanto ad agonisti ed antagonisti, si consuma dal 1990 su un territorio cruciale per il trasferimento di oil e gas verso Occidente. Area un tempo OPEC, ma ora con un tourbillon di rapporti (Iran, Turchia, Russia e USA). In mezzo l’ISIS. Ed inoltre guerra, anche quella pesantissima, economico-finanziaria. Dopo il culmen del 2010-13, la crisi asiatica ha ridotto la domanda di greggio e per ultimo concomita l’estrazione USA di shale oil. Il percepito collettivo si pone da tempo immemorabile una domanda: perché il prezzo dei carburanti non scende malgrado il calo del petrolio a 30 $ (gennaio 2016)? Risposta: Il gravame fiscale sui carburanti ed il profitto nell’ambito della filiera. Tassazioni visibili ed invisibili
perché in Italia tutto può cambiare ma non il balletto delle accise.
Non solo ma di recente (aprile 2017) “l’Espresso”, con le in chieste di Paolo Biondani e Leo Sisti mette in evidenza una ragnatela di interessi sul gasdotto TAP-TANAP da parte della famiglia del presidente turco, Erdogan e quelli della famiglia del dittatore dell’Azerbaijan, Aliyev dietro un colossale business da 45 miliardi di dollari finanziato da gruppi di banche pubbliche (BEI, BRS, etc.). Un complesso di 256 società coinvolte in questo affare, tutte collegate alla società madre Socar.
E qui entra in gioco il ricordo del nostro Enrico Mattei che batté tutto il Medio Oriente ed oltre, alla ricerca di pozzi per fornire al consumatore italiano carburante al prezzo più basso e, argomento non da poco, dare dignità a molti Paesi sottosviluppati del Mediterraneo.
Enrico Mattei andò per il mondo a cercare il carburante al più conveniente prezzo possibile per le piccole FIAT ma soprattutto le fonti energetiche necessarie per far ripartire l’Industria. Il miracolo economico ha la cifra del cane a sei zampe.
Oggi, se si zooma sui Paesi 5 “stan”, crogiolo di fortissimo, eclatante sviluppo, ci si rende conto di quanto lontana sia l’epoca della steppa e delle gesta di Gengis Khan.
Il film“I tre giorni del condor” di Sydney Pollack, dedicato alle trame per il petrolio, è sempre attuale. Nel film, ambientato anni settanta, cadono numerose vittime ma oggi per il greggio si strangolano interi Paesi. Sarà scontato, ma il petrolio genera morte, violenta o clinica.
La vita al tempo del petrolio
Oil Lifestyle
A cura di Aldo FerraraClaudio VenturelliCarlo Sgandurra
Stefania GiambartolomeiVittoria Azzarà

L’amianto ed il cittadino struzzo

Possiamo far finta che non sia successo niente. Possiamo continuare a non ribellarci per una generazione di politici che non hanno a cura la salute dei cittadini. Oppure possiamo cominciare, con la cultura, a prendere coscienza che bisogna trovare una soluzione politica al problema amianto.

Qui sotto cerchiamo di capire perché l’ignoranza (soprattutto politica) uccide.

Negli anni ottanta 3.000 carrozze dei treni delle Ferrovie dello Stato italiane vennero portate nella fabbrica Isochimica di Avellino, per rimuovere l’amianto che vi si trovava all’interno. Respirare una sola fibra di amianto può provocare il cancro ai polmoni. I circa 300 operai della Isochimica hanno lavorato per anni senza protezioni in mezzo a migliaia di tonnellate di amianto, lavorando a mani nude, senza tute e senza maschere. Oggi il 90% degli operai dell’Isochimica ha malattie polmonari, la fabbrica è sotto sequestro e c’è un processo in corso contro l’imprenditore Elio Graziano titolare dello stabilimento. Alle telecamere di Fanpage gli operai della Isochimica ci raccontano la strage silenziosa, ci mostrano dove lavoravano ed in quali condizioni entravano a contatto con l’amianto. Grazie alle foto di Rossella Fierro, gentilmente concesse dal giornale “Il Ciriaco” (http://www.ilciriaco.it/), siamo in grado di mostrare cosa c’era all’interno della fabbrica prima del sequestro e come gli operai seppellivano l’amianto all’interno di una fossa scavata dentro lo stabilimento. Dei 300 operai solo in 9 sono riusciti ad andare in pensione, tutti gli altri combattono quotidianamente con le malattie polmonari, tra la paura di morire e la rabbia di una giustizia che forse non arriverà mai.