Ecosofia

Ascoltando questa intervista puoi iniziare a conoscere i principi dell’ecologia profonda o ecosofia. La tua opinione, al solito, è sempre gradita

Ascolta “”Ecologia profonda: il sogno dell’uomo ecocentrico” – Intervista a Selene Calloni Williams”

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Perché dobbiamo diventare ecologisti

IN ECOLOGIA L’ARROGANZA DI POCHI E L’INDIFFERENZA O L’IGNORANZA DI MOLTI CAUSANO SEMPRE IL MALE PER TUTTI.

MARCO COSTANZO

 

L’inquinamento dei grandi centri urbani sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. Secondo Rossi Albertini però una tecnologia risalente a più di un secolo fa, ma che solo negli ultimi anni ha raggiunto la sua maturazione, consentirebbe di eliminare tutto questo. E’ l’auto elettrica. Tramite una serie di dimostrazioni fatte con oggetti semplici, di uso quotidiano, spiegherà in cosa consiste la rivoluzione della mobilità elettrica. Laureato con lode in Fisica Atomica e Molecolare, è il primo dottore di ricerca in Italia in Scienza dei Materiali. All’insegnamento di Chimica-Fisica, ha recentemente affiancato quello di Divulgazione della Scienza, presso l’università di Roma 2. E’ stato responsabile della divisione “Fotonica di raggi X” del CNR e delle attività applicative del Super-laser “Sparx”. Svolge attività di comunicazione scientifica per le maggiori reti televisive nazionali, con più di 700 presenze negli ultimi 5 anni.

 

 

Ecosia: piantiamo alberi mentre usiamo Internet

Hai mai provato Ecosia? Ecosia è una società che ha creato un metamotore di ricerca che devolve la maggior parte dei suoi profitti nel nobile scopo di piantare alberi.

Questo video è molto esplicativo.

 

 

Qui alcune informazioni da Wikipedia

 

Ecosia è stato lanciato il 7 dicembre 2009, in concomitanza della conferenza ONU sui cambiamenti climatici di Copenhagen. Il motore di ricerca è il successore di progetti di ricerca benefici come Xabbel, Forestle e Znout, ideati dal fondatore di Ecosia, Christian Kroll. Forestle e Znout hanno cessato l’attività nell’agosto 2013 e i loro URL sono stati reindirizzati su Ecosia.

Dal 2009 fino a luglio 2013, Ecosia ha collaborato con il WWF per preservare il Juruena National Park e il Tumucumaque Conservation Landscape, che si trovano entrambi nella foresta pluviale a nord del Brasile, donando l’80% del suo reddito e raccogliendo oltre 1,3 milioni di euro[8].

 

Qui il sito di Ecosia attraverso il quale potete installare questo motore di ricerca

https://www.ecosia.org/

 

Se sei un ambientalista puoi visitare anche le pagine del progetto “Neopartigiani – Ambientalisti digireali e nonviolenti”

#custodiamoilfuturo Il tetto solare più grande al mondo

La Tesla sta costruendo il tetto solare piu’ grande del mondo.

E’ sulla sua fabbrica in Nevada, la Nevada Gigafactory nei pressi della citta’ di Sparks. Una volta terminata l’opera, il sistema generera’ 70 megawatt di energia. Finora il record e’ in India, dove invece l’impianto solare piu’ grande del mondo, per ora, genera 11.5 megawatt di elettricita’.

Cosa si produce dentro la Gigafactory? Prodotti che saranno di servizio alle automobili elettriche della Tesla, of course. Per ora da qui e’ partita la produzione di massa di batterie al litio, operazione che va avanti dal Gennaio 2017. L’edificio e’ tale che nonostante la produzione sia gia’ partita alcune ale sono ancora in via di costruzione, come appunto la copertura totale del tetto.  In questo momento solo il 30% dell’edificio e’ completato.

Uno dira’, ma quant’e’ grande questo edificio e perche’ ci vuole tutto questo tempo?
Perche’ si tratta dell’edificio piu’ grande del mondo. Siamo solo al 30% ma la superficie impiegata e’ gia’ di 450mila metri quadrati, su piu’ piani di lavoro.

L’idea non e’ solo di costruire componenti per le vetture elettriche di Mr. Elon Musk, ma anche di produrre queste stesse componenti in modo sostenibile, senza energia fossile e usando solo rinnovabili e batterie.

Cioe’ senza petrolio, gas e carbone consumati direttamente.

Oltre al tetto da 70 Megawatt, sette volte piu’ grande dell’impianto indiano, veranno usate una serie di installazioni fotovoltaiche a terra.

A regime, entro il 2020, verranno qui costruite batterie al litio a un ritmo di 50 Gigawattora l’anno, piu’ che in tutto il resto del mondo messo assieme e abbastanza per alimentare 500mila Tesla. Il tutto senza una goccia di petrolio.

Ha le idee chiare questo Elon Musk, e certo non ha paura di osare e di pensare in grande. Puo’ darsi che le cose non filino cosi liscie, che ci saranno errori e ostacoli, ma gia’ solo pensare e volerlo il futuro da’ speranza.

 

Fonte: https://dorsogna.blogspot.it/2018/03/la-tesla-costruisce-il-tetto-solare-piu.html

#ambiente La miopia degli esseri umani

Me lo ricordo il Professor Francesco Stoppa che diceva di comprare solo vestiti di fibre naturali ed ecco qui.

E’ un numero strabiliante: il 73 percento dei pesci in acque profonde ha mangiato microplastica. E’ un tasso elevatissimo, mai visto prima.

Alcuni ricercatori della National University of Ireland nella citta’ di Galway in Irlanda hanno analizzato gli intestini di 233 pesci raccolti in acque profonde dell’Atlantico, a circa 600 metri di profondita’ e hanno qui trovato che circa 170 di questi aveva plastica in corpo. Appunto il 73% del totale.

Lo studio e’ apparso sulla rivista chiamata Frontiers in Marine Science e il capo del gruppo di ricerca si chiama Thomas Doyle.

La microplastica giace in superficie, i pesci di acque profonde migrano verso l’alto per mangiare plankton, ed e’ probabile che e’ da qui che arriva la loro contaminazione. Cioe’ scambiano la plastica per plankton.

Un esempio e’ quello di un pesce con 13 pezzettini di plastica di cui il piu’ lungo di circa 5 centimetri.

Certo puo’ essere che i pesci provengano da una zona dell’Atlantico particolarmente inquinata, ma questi numeri sono veramente impressionanti. Un altra ricercatrice del gruppo,  Alina Wieczorek dice che presto cercheranno di analizzare altri campioni in altre parti del mare.

Ma che di plastica si tratta?

Non ci avrebbe mai pensato nessuno.

Per la maggior parte si trattava di microplastica e di microfibre, di colore nero e blu. Sono pezzi che arrivano da fibre sintetiche, polyestere, rayon and nylon.

Sono i nostri vestiti.

Una sorpresa, vero? Nessuno pensa che questo possa essere il fato dei nostri vestiti sintetici, e invece eccoci qui. Quando si lavano le fibre sintetiche anche in lavatrice queste possono lasciare tracce dietro di se, anche senza che le buttiamo via. Un giubbotto di materiale sintetico puo’ rilasciare la bellezza di 250,000 fibre nel corso della sua vita e dei suoi lavaggi. Un indumento di polyestere puo’ invece rilasciare circa 1,900 fibre in una sola lavata.

I filtri e i depuratori non riescono a trattenerli tutti, e la maggior parte finisce in oceano. Intanto, in mezzo a queste microplastiche o microfibre artificiali possono esserci anche degli additivi, come coloranti o anti-incendio, o altre sostanze tossiche. E quindi oltre a durare per sempre, una volta ingerite possono causare forti danni agli animali, come l’infiammazione degli intestini, nausea, e mancanza di nutrimento.

E cosi, arriva dalla California una nuova proposta: se i vestiti sono fatti piu’ del 50% di materiale sintetico questo deve essere aggiunto ad un “avviso” al consumatore: che potrebbero essere rilasciate microfibre di plastica, e quindi si raccomanda il lavaggio a mano.

Non ci credo neanche per niente che nessuno seguira’ questi consigli. E’ tutto troppo difficile per l’Americano medio.  Dal canto suo la California Fashion Association si oppone a questa legge perche’ gli portera’ via business.

E’ un problema grande, di cui la maggior parte delle persone non sa niente.

Come sempre, non sono solo i pesci.

Siamo noi, perche’ siamo noi che andiamo a mangiare quei pesci anche se vivono a 600 metri sotto il livello del mare.

Dalla plastica dei nostri vestiti, alle lavatrici, al mare, ai pesci, alla nostra acqua, al nostro corpo, al nostro futuro.

Vuoi comprare una bici elettrica? Qui avrai una consulenza gratuita

Hai mai pensato all’acquisto di una bicicletta elettrica? Se vuoi la consulenza gratuita Chiama il numero 338 18674 49 #ecologia #ebike #sapri #cilento #ecoagency ph by #digireale

Non più soldi al petrolio

Basta soldi per cercare petrolio. La Banca Mondiale dal 2019 non finanzierà mai più attività di esplorazione e produzione di greggio o gas. L’inversione a U sui combustibili fossili dell’istituto di Washington avviene per sostenere gli obiettivi previsti dallo storico Accordo di Parigi sul clima a cui due anni fa aderirono 196 nazioni (Usa inclusi, salvo poi il dietrofront di Donald Trump). Si faranno eccezioni nel prendere in considerazione progetti nei Paesi poveri “dove ci potrebbero essere chiari benefici in termini di accesso all’energia”.

Leggi il resto qui…

https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/banca-mondiale-2019-stop-petrolio

Convegno a Torraca (SA) l’11 Settembre 2017 sul tema del libro “La vita al tempo del petrolio” #ecologia

Con il patrocinio del Comune di Torraca, il giorno 11 Settembre 2017 verrà presentato il libro “La vita al tempo del petrolio”.
Parteciperà l’autore Aldo Ferrara.
La partecipazione può essere confermata a questo link
oppure telefonicamente al 3404931860
LocandinaTorraca 11settembre 17
Inquinamento e cambiamenti climatici stanno modificando la geofisica planetaria e ci costano un’enormità in termini di malattie e dissesto territoriale.
Se la dominante del XX secolo è stata la dipendenza dai derivati del petrolio, impiegati in ogni attività umana da quelle industriali alle domestiche e quotidiane, nel XXI il teorema post-capitalistico è un altro: maggiori sono i consumi, maggiore è la potenza contrattuale. Così l’oro nero ridisegna i confini della geopolitica, diventa sempre più foriero di guerre, malattie da inquinamento, causa di forti sperequazioni, generatore da una parte di grandissime ricchezze, dall’altra di sconfinate povertà.

8 milioni nel mondo! Tanti i decessi, ogni anno, per i cambiamenti climatici. E sono stimati per difetto. A cosa attribuire infatti l’aumento della morbosità della malaria per effetto dello spostamento negli emisferi subtropicali dell’Anopheles? Come dimostrare che aumenta la mortalità degli anziani per gli effetti dovuti all’estremizzazione del clima? Estremizzazione non tropicalizzazione come i media erroneamente affermano. Come spiegare che la mortalità italianaper Ca polmonare, oggi attestata a circa 90 casi ogni 100 mila abitanti, nel primo dopoguerra (1951), era di soli 7 casi /100 mila? Sono e saranno sempre di più queste le conseguenze della vita basata sul petrolio? La politica anticipata dal Presidente americano Donald Trump, fervente fautore di un’economia basata interamente sul petrolio, con un Segretario di Stato, Rex Tillerson,
potentissimo CEO della Exxon, sarà drammatica, sotto questo aspetto? La risposta è un vigoroso SI.
Inquinamento e cambiamenti climatici stanno modificando la geofisica planetaria e ci costano un’enormità in termini di malattie e dissesto territoriale.
Se la dominante del XX secolo è stata la dipendenza dai derivati del petrolio, impiegati in ogni attività umana da quelle industriali alle domestiche e quotidiane, nel XXI il teorema post-capitalistico è un altro: maggiori sono i consumi, maggiore è la potenza contrattuale. Così l’oro nero ridisegna i confini della geopolitica, diventa sempre più foriero di guerre, malattie da inquinamento, causa di forti sperequazioni, generatore da una parte di grandissime ricchezze, dall’altra di sconfinate povertà.

Di questi argomenti tratta il volume “La vita al tempo del petrolio” promosso dall’European Research Group on Automotive Medicine (ERGAM) e di prossima pubblicazione a cura della Casa editrice Agorà & Co di Lugano, nella Collana di Testi e Saggi di ERGAM.
Nella Prima Parte del Volume lo scenario sviluppato è il drammatico cambiamento climatico per l’uso irrazionale di fossili. La Conferenza di Parigi (COP21) ha prodotto una risoluzione che il mondo civile aspettava ma difficile da realizzare perché gli interessi nel settore petrolifero sono duri a morire. Un mondo consapevole spera ancora che le energie alternative, finora utilizzate in percentuali irrisorie, entrino definitivamente nei nostri stili di vita, dedicando maggiore attenzione alla prevenzione delle patologie da gas tossici. Dunque si muore di petrolio perché produce gas tossici o venefici ma anche perché scatena le guerre.
Da Rockefeller all’Eurasia è passato poco più di un secolo ma mai come adesso tutto sembra cambiare. Si può dire che ad ogni cambiamento epocale del XX e dell’inizio XXI secolo ha coinciso o forse determinato un panorama petrolifero diverso, sia in tema di estrazione sia di trasferimento.
Nella Seconda Parte, il protagonista è lo scacchiere dell’Eurasia, area di scambi petroliferi sempre intensi. Una vasta regione composta da cinque Stati, i cosidetti “cinque Stan” al centro di un cambiamento geopolitico epocale.
Guerra guerreggiata come stiamo osservando dalle cronache. Il contesto è l’attuale scacchiere del MO, squassato dalla guerra che si consuma nel Nord Iraq e che ha superato per dinamiche e gravità la sempiterna contesa israelo-palestinese. Questa guerra asimmetrica, difficile da comprendere quanto ad agonisti ed antagonisti, si consuma dal 1990 su un territorio cruciale per il trasferimento di oil e gas verso Occidente. Area un tempo OPEC, ma ora con un tourbillon di rapporti (Iran, Turchia, Russia e USA). In mezzo l’ISIS. Ed inoltre guerra, anche quella pesantissima, economico-finanziaria. Dopo il culmen del 2010-13, la crisi asiatica ha ridotto la domanda di greggio e per ultimo concomita l’estrazione USA di shale oil. Il percepito collettivo si pone da tempo immemorabile una domanda: perché il prezzo dei carburanti non scende malgrado il calo del petrolio a 30 $ (gennaio 2016)? Risposta: Il gravame fiscale sui carburanti ed il profitto nell’ambito della filiera. Tassazioni visibili ed invisibili
perché in Italia tutto può cambiare ma non il balletto delle accise.
Non solo ma di recente (aprile 2017) “l’Espresso”, con le in chieste di Paolo Biondani e Leo Sisti mette in evidenza una ragnatela di interessi sul gasdotto TAP-TANAP da parte della famiglia del presidente turco, Erdogan e quelli della famiglia del dittatore dell’Azerbaijan, Aliyev dietro un colossale business da 45 miliardi di dollari finanziato da gruppi di banche pubbliche (BEI, BRS, etc.). Un complesso di 256 società coinvolte in questo affare, tutte collegate alla società madre Socar.
E qui entra in gioco il ricordo del nostro Enrico Mattei che batté tutto il Medio Oriente ed oltre, alla ricerca di pozzi per fornire al consumatore italiano carburante al prezzo più basso e, argomento non da poco, dare dignità a molti Paesi sottosviluppati del Mediterraneo.
Enrico Mattei andò per il mondo a cercare il carburante al più conveniente prezzo possibile per le piccole FIAT ma soprattutto le fonti energetiche necessarie per far ripartire l’Industria. Il miracolo economico ha la cifra del cane a sei zampe.
Oggi, se si zooma sui Paesi 5 “stan”, crogiolo di fortissimo, eclatante sviluppo, ci si rende conto di quanto lontana sia l’epoca della steppa e delle gesta di Gengis Khan.
Il film“I tre giorni del condor” di Sydney Pollack, dedicato alle trame per il petrolio, è sempre attuale. Nel film, ambientato anni settanta, cadono numerose vittime ma oggi per il greggio si strangolano interi Paesi. Sarà scontato, ma il petrolio genera morte, violenta o clinica.
La vita al tempo del petrolio
Oil Lifestyle
A cura di Aldo FerraraClaudio VenturelliCarlo Sgandurra
Stefania GiambartolomeiVittoria Azzarà

L’amianto ed il cittadino struzzo

Possiamo far finta che non sia successo niente. Possiamo continuare a non ribellarci per una generazione di politici che non hanno a cura la salute dei cittadini. Oppure possiamo cominciare, con la cultura, a prendere coscienza che bisogna trovare una soluzione politica al problema amianto.

Qui sotto cerchiamo di capire perché l’ignoranza (soprattutto politica) uccide.

Negli anni ottanta 3.000 carrozze dei treni delle Ferrovie dello Stato italiane vennero portate nella fabbrica Isochimica di Avellino, per rimuovere l’amianto che vi si trovava all’interno. Respirare una sola fibra di amianto può provocare il cancro ai polmoni. I circa 300 operai della Isochimica hanno lavorato per anni senza protezioni in mezzo a migliaia di tonnellate di amianto, lavorando a mani nude, senza tute e senza maschere. Oggi il 90% degli operai dell’Isochimica ha malattie polmonari, la fabbrica è sotto sequestro e c’è un processo in corso contro l’imprenditore Elio Graziano titolare dello stabilimento. Alle telecamere di Fanpage gli operai della Isochimica ci raccontano la strage silenziosa, ci mostrano dove lavoravano ed in quali condizioni entravano a contatto con l’amianto. Grazie alle foto di Rossella Fierro, gentilmente concesse dal giornale “Il Ciriaco” (http://www.ilciriaco.it/), siamo in grado di mostrare cosa c’era all’interno della fabbrica prima del sequestro e come gli operai seppellivano l’amianto all’interno di una fossa scavata dentro lo stabilimento. Dei 300 operai solo in 9 sono riusciti ad andare in pensione, tutti gli altri combattono quotidianamente con le malattie polmonari, tra la paura di morire e la rabbia di una giustizia che forse non arriverà mai.

PETROLIO, L’ORO NERO CHE SEMINA MORTE – Il libro a cura di Aldo Ferrara

petroliocopdefinitiva

8 milioni nel mondo! Tanti i decessi, ogni anno, per i cambiamenti climatici. E sono stimati per difetto. A cosa attribuire infatti l’aumento della morbosità della malaria per effetto dello spostamento negli emisferi subtropicali dell’Anopheles? Come dimostrare che aumenta la mortalità degli anziani per gli effetti dovuti all’estremizzazione del clima? Estremizzazione non tropicalizzazione come i media erroneamente affermano. Come spiegare che la mortalità italianaper Ca polmonare, oggi attestata a circa 90 casi ogni 100 mila abitanti, nel primo dopoguerra (1951), era di soli 7 casi /100 mila? Sono e saranno sempre di più queste le conseguenze della vita basata sul petrolio? La politica anticipata dal Presidente americano Donald Trump, fervente fautore di un’economia basata interamente sul petrolio, con un Segretario di Stato, Rex Tillerson,
potentissimo CEO della Exxon, sarà drammatica, sotto questo aspetto? La risposta è un vigoroso SI.
Inquinamento e cambiamenti climatici stanno modificando la geofisica planetaria e ci costano un’enormità in termini di malattie e dissesto territoriale.
Se la dominante del XX secolo è stata la dipendenza dai derivati del petrolio, impiegati in ogni attività umana da quelle industriali alle domestiche e quotidiane, nel XXI il teorema post-capitalistico è un altro: maggiori sono i consumi, maggiore è la potenza contrattuale. Così l’oro nero ridisegna i confini della geopolitica, diventa sempre più foriero di guerre, malattie da inquinamento, causa di forti sperequazioni, generatore da una parte di grandissime ricchezze, dall’altra di sconfinate povertà.

Di questi argomenti tratta il volume “La vita al tempo del petrolio” promosso dall’European Research Group on Automotive Medicine (ERGAM) e di prossima pubblicazione a cura della Casa editrice Agorà & Co di Lugano, nella Collana di Testi e Saggi di ERGAM.
Nella Prima Parte del Volume lo scenario sviluppato è il drammatico cambiamento climatico per l’uso irrazionale di fossili. La Conferenza di Parigi (COP21) ha prodotto una risoluzione che il mondo civile aspettava ma difficile da realizzare perché gli interessi nel settore petrolifero sono duri a morire. Un mondo consapevole spera ancora che le energie alternative, finora utilizzate in percentuali irrisorie, entrino definitivamente nei nostri stili di vita, dedicando maggiore attenzione alla prevenzione delle patologie da gas tossici. Dunque si muore di petrolio perché produce gas tossici o venefici ma anche perché scatena le guerre.
Da Rockefeller all’Eurasia è passato poco più di un secolo ma mai come adesso tutto sembra cambiare. Si può dire che ad ogni cambiamento epocale del XX e dell’inizio XXI secolo ha coinciso o forse determinato un panorama petrolifero diverso, sia in tema di estrazione sia di trasferimento.
Nella Seconda Parte, il protagonista è lo scacchiere dell’Eurasia, area di scambi petroliferi sempre intensi. Una vasta regione composta da cinque Stati, i cosidetti “cinque Stan” al centro di un cambiamento geopolitico epocale.
Guerra guerreggiata come stiamo osservando dalle cronache. Il contesto è l’attuale scacchiere del MO, squassato dalla guerra che si consuma nel Nord Iraq e che ha superato per dinamiche e gravità la sempiterna contesa israelo-palestinese. Questa guerra asimmetrica, difficile da comprendere quanto ad agonisti ed antagonisti, si consuma dal 1990 su un territorio cruciale per il trasferimento di oil e gas verso Occidente. Area un tempo OPEC, ma ora con un tourbillon di rapporti (Iran, Turchia, Russia e USA). In mezzo l’ISIS. Ed inoltre guerra, anche quella pesantissima, economico-finanziaria. Dopo il culmen del 2010-13, la crisi asiatica ha ridotto la domanda di greggio e per ultimo concomita l’estrazione USA di shale oil. Il percepito collettivo si pone da tempo immemorabile una domanda: perché il prezzo dei carburanti non scende malgrado il calo del petrolio a 30 $ (gennaio 2016)? Risposta: Il gravame fiscale sui carburanti ed il profitto nell’ambito della filiera. Tassazioni visibili ed invisibili
perché in Italia tutto può cambiare ma non il balletto delle accise.
Non solo ma di recente (aprile 2017) “l’Espresso”, con le in chieste di Paolo Biondani e Leo Sisti mette in evidenza una ragnatela di interessi sul gasdotto TAP-TANAP da parte della famiglia del presidente turco, Erdogan e quelli della famiglia del dittatore dell’Azerbaijan, Aliyev dietro un colossale business da 45 miliardi di dollari finanziato da gruppi di banche pubbliche (BEI, BRS, etc.). Un complesso di 256 società coinvolte in questo affare, tutte collegate alla società madre Socar.
E qui entra in gioco il ricordo del nostro Enrico Mattei che batté tutto il Medio Oriente ed oltre, alla ricerca di pozzi per fornire al consumatore italiano carburante al prezzo più basso e, argomento non da poco, dare dignità a molti Paesi sottosviluppati del Mediterraneo.
Enrico Mattei andò per il mondo a cercare il carburante al più conveniente prezzo possibile per le piccole FIAT ma soprattutto le fonti energetiche necessarie per far ripartire l’Industria. Il miracolo economico ha la cifra del cane a sei zampe.
Oggi, se si zooma sui Paesi 5 “stan”, crogiolo di fortissimo, eclatante sviluppo, ci si rende conto di quanto lontana sia l’epoca della steppa e delle gesta di Gengis Khan.
Il film“I tre giorni del condor” di Sydney Pollack, dedicato alle trame per il petrolio, è sempre attuale. Nel film, ambientato anni settanta, cadono numerose vittime ma oggi per il greggio si strangolano interi Paesi. Sarà scontato, ma il petrolio genera morte, violenta o clinica.
La vita al tempo del petrolio
Oil Lifestyle
A cura di Aldo Ferrara, Claudio Venturelli, Carlo Sgandurra
Stefania Giambartolomei, Vittoria Azzarà
€ 19,00
PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI DEL VOLUME:
infoagoraco@gmail.com

Ecologia: la razza umana è in pericolo?

Se vuoi una piccola introduzione in italiano guarda il video qui sotto.

Questo è l’intervento di Rob Hopkins, fondatore del fondatore del movimento della transizione

Nella nostra cultura, ci raccontiamo molte storie che riguardano il futuro, e su come potremmo andare avanti rispetto al presente. Alcune di queste storie sottintendono che qualcuno risolverà per noi tutti i problemi. Altre raccontano che siamo sull’orlo di un precipizio.

0:27Ma oggi vorrei raccontarvi una storia diversa. Come tutte le storie ha un inizio. Il mio lavoro, per un lungo periodo, ha riguardato la formazione, l’insegnamento alle persone di competenze pratiche finalizzate alla sostenibilità, insegnavo alle persone come prendersi la responsabilità di crescere parte del proprio cibo,come costruire edifici usando materiali locali, come generare la propria energia, e così via.

0:48Ho vissuto in Irlanda, dove ho costruito la prima casa di balle di paglia e alcuni edifici in terra cruda, tutte cose di questo tipo. Tutto il mio lavoro, per molti anni, è stato incentrato attorno all’idea che la sostenibilità significa sostanzialmente guardare al modello della crescita economica globalizzata, per moderare quello che entra da una parte, e quello che esce dall’altra. Poi sono entrato in contatto con un modo di vedere le cose che ha cambiato questa mia idea profondamente.

1:15E per presentarvi questo, ho qualcosa qui che sto per scoprire, che è una delle grandi meraviglie dell’età moderna. È qualcosa di così sorprendente e impressionante che credo che quando rimuoverò questo velo un “ohhhh” di meraviglia ci starebbe proprio. Se poteste collaborare in questo, sarebbe fantastico.(Risate) Questo è un litro di petrolio.

1:41Questa bottiglia di petrolio, prodotta in centinaia di milioni di anni di tempo geologico, antica luce solare,contiene l’equivalente energetico di circa cinque settimane di duro lavoro umano equivalente a circa 35 uomini nerboruti disponibili a lavorare per voi. Possiamo trasformarlo in una incredibile serie di materiali,medicine, abiti moderni, computer, un intera gamma di cose diverse. Ci regala un ritorno energetico storicamente inimmaginabile. Abbiamo progettato i nostri insediamenti, i nostri modelli produttivi, i nostri piani di trasporto, persino l’idea di crescita economica, qualcuno direbbe, sull’assunto che ne avremo per sempre.

2:27Eppure, se facciamo un passo indietro, e osserviamo nel contesto più ampio della storia, quello che potremmo chiamare l’intervallo del petrolio nella storia è un periodo molto breve durante il quale abbiamo scoperto questo straordinario materiale, e poi basato un’intero stile di vita attorno ad esso. Ma ora che siamo a cavallo di questa montagna energetica, in questa fase, abbandoniamo un tempo in cui i nostri successi economici, il nostro senso di potere individuale e di benessere è direttamente collegato a quanto consumiamo, per entrare in un tempo in cui il grado di dipendenza dal petrolio corrisponde al nostro grado di vulnerabilità

3:02Ed è sempre più chiaro che noi non potremo contare sul fatto che lo avremo a nostra disposizione per sempre. Per ogni quattro barili di petrolio che consumiamo ne scopriamo soltanto uno. E questo gap continua ad allargarsi. C’è anche il fatto che la quantità di energia che otteniamo dal petrolio scoperto sta diminuendo. Nel 1930 ottenevamo 100 unità di energia per ogni unità che spendevamo nell’estrazione.Qualcosa che non aveva precedenti nella nostra storia. Ma ora, per un’unità spesa ne otteniamo circa 11.E questa è la ragione per cui ora la nuova evoluzione, la nuova frontiera in termini di estrazione petrolifera è rivoltare l’Alberta, o il fondo degli oceani.

3:39Ci sono nel mondo 98 nazioni produttrici di petrolio. Ma di queste, 65 hanno già passato il loro picco di produzione. Il momento in cui il mondo globalmente passerà questo picco… la gente si chiede quando questo succederà. Ci sono evidenze crescenti che forse ciò sia successo il luglio scorso quando il prezzo del petrolio era così alto.

3:55Dobbiamo forse supporre che la stessa vivacità e creatività e adattabilità che ci ha portato sulla cima di quella montagna energetica sia in qualche modo destinata a svanire misteriosamente nel momento in cui dobbiamo progettare un creativo percorso di discesa sull’altro lato? No. Ma le idee che dobbiamo produrre devono essere basate su una visione realistica del punto in cui siamo.

4:17C’è anche il tema del Cambiamento Climatico, è l’altro aspetto che caratterizza questo approccio di Transizione. Ma la cosa che noto, quando parlo con gli scienziati del clima, è lo sguardo sempre più terrorizzato che hanno negli occhi, mentre i dati sono in arrivo, e sono molto peggiori di quello che l’IPCC sta discutendo. Così l’IPCC dice che potremmo vedere una crisi significativa dei ghiacci artici nel 2100, nel loro scenario peggiore. Di fatto, se il trend corrente continua, quel ghiaccio potrebbe non esserci più fra 5 o 10 anni. Se soltanto il 3% del carbonio intrappolato nel permafrost artico venisse rilasciato a causa del riscaldamento, basterebbe ad annullare tutte le riduzioni di emissioni di CO2 che speriamo di fare nei prossimi 40 anni per evitare il precipitare del cambiamento climatico. Non abbiamo alternative a una profonda e urgente “decarbonizzazione”.

5:01Ma sono sempre molto interessato a ragionare su come potrebbe essere la storia che le generazioni che ci succederanno in questa discesa racconteranno su di noi, sulla generazione che ha vissuto in cima alla montagna, che si è divertita tanto, abusando di quello che avrebbe dovuto lasciare in eredità ai propri discendenti. E un altro modo in cui mi piace fare questo è ricordare le storie che la gente raccontavaprima che avessimo il petrolio facile e i combustibili fossili, quando la gente contava sui propri muscoli, sull’energia animale, o su un poco di vento, e di energia idraulica.

5:31C’erano storie come quella degli “Stivali delle sette leghe” il gigante che aveva questi stivali, quando li indossava con ogni passo poteva coprire sette leghe, o 21 miglia, una modalità di viaggio completamente inimmaginabile da persone prive di quel tipo di energia a loro disposizione.

5:45Storie come “Il pentolino magico” dove una pentola, se conoscevi le parole magiche, produceva tutto il cibo che volevi senza che tu avessi bisogno di fare nulla, sempre che tu riuscissi a ricordarti l’altra parola magica per fermarla. Sennò tutta la città veniva allagata di porridge caldo.

6:02C’è la storia “Gli elfi e il calzolaio”. Il calzolaio andava a dormire, si svegliava la mattina, e tutte le scarpe erano state magicamente prodotte. Qualcosa che era impensabile per le persone di allora.

6:12Oggi abbiamo gli Stivali delle sette leghe in forma di Rayanair e Easyjet. Abbiamo il pentolino magiconella forma di Wallmart e Tesco [supermercati]. E abbiamo gli elfi che sono la Cina. Ma non comprendiamo quanto tutto questo sia stato straordinario.

6:31E quali sono le storie che raccontiamo a noi stessi adesso, mentre guardiamo avanti e immaginiamo il nostro futuro. Mi sento di dire che ce ne sono quattro. C’è l’idea di fare come se niente fosse, che il futuro sarà come il presente, anzi di più. Ma come abbiamo visto negli ultimi anni, penso che questa sia un’idea che è sempre più in discussione. E dal punto di vista del cambiamento climatico, è qualcosa di irrealizzabile.

6:52C’è l’idea di sbattere contro un muro, l’idea che in qualche modo tutto è così fragile che potrebbe semplicemente crollare e collassare. In alcuni ambienti è una visione diffusa. La terza storia è l’idea che la tecnologia possa risolvere tutto, che la tecnologia in qualche modo riesca a farci superare tutto questo.

7:09E credo sia l’idea prevalente a queste conferenze TED, l’idea che possiamo inventare la nostra via d’uscita da una profonda crisi economica ed energetica, che muoversi verso un’economia della conoscenza possa in qualche modo aggirare quei vincoli energetici, l’idea che scopriremo qualche favolosa nuova fonte di energia che significhi mettere da parte ogni preoccupazione rispetto alla sicurezza energetica, l’idea che possiamo semplicemente passare a un modello di mondo rinnovabile.

7:35Ma il mondo non è Second Life. Non possiamo creare terre e sistemi energetici con un click del mouse. E mentre noi sediamo qui, scambiando idee l’uno con l’altro, ci sono ancora persone che scavano carboneper dare energia ai server, estraggono minerali per costruire tutte quelle cose. La colazione che mangiamo mentre stiamo seduti a controllare le nostre email al mattino viene comunque trasportata da grande distanza, normalmente a spese del sistema alimentare locale più resiliente, che l’avrebbe fornita in passato, e che abbiamo così efficacemente disprezzato e smantellato.

8:05Possiamo essere sorprendentemente inventivi e creativi. Ma viviamo comunque in un mondo con vincoli ed esigenze molto reali. Energia e tecnologia non sono la stessa cosa. Quello di cui mi occupo, attraverso la risposta della Transizione, è di guardare veramente in faccia le sfide poste dal Picco del Petrolio e dal Cambiamento Climatico e rispondere con la creatività e l’adattabilità e l’immaginazione di cui abbiamo davvero bisogno. È qualcosa che si è diffuso in modo incredibilmente veloce. Ed è qualcosa che ha molte qualità.

8:33È virale. Sembra diffondersi, inosservata, molto velocemente. È open-source. È qualcosa che ogni partecipante sviluppa e trasmette mentre opera. È auto organizzata. Non c’è una grande organizzazione centrale che la spinge; le persone raccolgono semplicemente un’idea e la mettono in pratica, la realizzano lì dove sono. È focalizzata sulle soluzioni. Si concentra su cosa le persone possono fare lì dove vivono, per rispondere ai problemi. È sensibile al luogo e alle dimensioni.

9:02La Transizione è completamente differente. I gruppi di Transizione in Cile, in USA, quelli che sono qui,quello che fanno è molto diverso in ogni luogo in cui vai. Impara moltissimo dai suoi stessi errori. E si sente storica. Cerca di creare l’idea che questa è un’opportunità storica di fare qualcosa di realmente straordinario. Ed è un processo che è davvero gioioso. Le persone si divertono tantissimo a fare questo,ricollegandosi con altre persone mentre lo fanno. Uno dei concetti di base è questa idea di resilienza.

9:30E credo, che in molti modi, l’idea di resilienza sia un concetto più utile dell’idea di sostenibilità. L’idea della resilienza deriva dagli studi ecologici. Attiene al come i sistemi, gli insediamenti, resistono a shock dall’esterno. Quando incontrano shock esterni in modo da non disgregarsi, e cadere a pezzi. E penso sia un concetto più utile che quello di sostenibilità, come ho detto.

9:53Mentre i nostri supermercati hanno solo due o tre giorni di cibo disponibile in ogni momento, spesso la sostenibilità tende a concentrarsi sull’efficienza energetica dei freezer e sulla confezione in cui è incartata la lattuga. Osservando attraverso la lente della resilienza, viene davvero da chiedersi come ci siamo messi in una condizione di così grande vulnerabilità. La resilienza va molto più in profondità: riguarda la costruzione di una modularità in ciò che facciamo, il dotare di “salvavita” i servizi di base che supportano la nostra esistenza.

10:22Questa è una foto dell’Associazione “Bristol and District Market Gardeners” del 1897. Era un’epoca in cui la città di Bristol – che è piuttosto vicina a qui – era circondata da mercati agricoli, che fornivano una importante quantità del cibo che veniva consumato in città, e creavano anche molti posti di lavoro. A quel tempo era presente un livello di resilienza per il quale ora non possiamo fare altro che provare invidia.

10:48Quindi, funziona questa idea della Transizione? In sostanza, si parte da un gruppo di persone che si entusiasmano per l’idea. Si dotano di qualcuno degli strumenti che abbiamo sviluppato. Cominciano a mettere in pratica un programma di sviluppo della consapevolezza cercando di individuare quello che può funzionare meglio nella loro comunità. Fanno vedere documentari, tengono conferenze, e così via. È un processo creativo e divertente. E istruttivo. Poi cominciano a formarsi gruppi di lavoro, che si occupano dei differenti aspetti del problema, e poi da questi, ecco che emergono tanti progetti che poi il progetto di Transizione stesso comincia a supportare e rendere possibili.

11:21È tutto cominciato dalle cose a cui ho lavorato quanto ero in Irlanda, dove insegnavo, e da allora ha cominciato a diffondersi. Ci sono adesso più di 200 Iniziative di Transizione formalizzate. E ce ne sono migliaia di altre nella fase che noi chiamiamo “meditabonda”. Stanno cioè pensando se vorranno procedere oltre. Ma in realtà molti di loro stanno facendo un’enorme quantità di cose. Ma cosa fanno veramente? Come dire, è un’idea carina, ma cosa fanno poi in concreto?

11:41Penso sia importante chiarire che in realtà questo non è qualcosa che può fare tutto per suo conto.Abbiamo bisogno di leggi internazionali, Copenhagen e così via. Servono risposte a livello nazionale. Servono risposte delle amministrazioni locali. Ma tutte queste cose saranno molto più semplici se ci sono comunità attive, trascinanti e propositive, che portino in agenda certe politiche – che oggi non vengono votate – nei prossimi 5 o 10 anni.

12:06Alcune delle iniziative che nascono sono progetti per la produzione di cibo locale, come i progetti di agricoltura supportata dalla comunità; agricoltura urbana, elenchi dei fornitori locali, e così via… In molti posti ora stanno mettendo in piedi loro compagnie energetiche, compagnie energetiche di proprietà della comunità, attraverso le quali la comunità può investire denaro su se stessa, per cominciare a costruirequel tipo di infrastrutture per l’energia rinnovabile di cui abbiamo bisogno. In molti posti si lavora con le scuole locali. A Newent, nel Forest of Dean: una serra “polytunnel” per la scuola; i bambini stanno imparando come coltivare il cibo. Si promuove il riciclaggio, o cose come gli orti condivisi, che associano persone che non hanno un giardino e vorrebbero coltivare cibo, con persone che hanno un giardino che non utilizzano. Si piantano alberi produttivi negli spazi urbani. E si comincia anche a pensare all’idea di una moneta alternativa.

12:48Questa è Lewes nel Sussex, che ha lanciato recentemente la Sterlina di Lewes, una “moneta” che si può spendere solamente all’interno della città un modo per cominciare una circolazione di denaro all’interno dell’economia locale. Se la porti in qualsiasi altro luogo, non vale nulla. Ma in effetti, all’interno della città, cominciano a crearsi dei circuiti economici molto più efficienti.

13:06Un’altra cosa che si fa è quello che chiamiamo “piano di decrescita energetica”. Che sostanzialmente vuol dire sviluppare per la città un piano B. La maggior parte delle autorità locali, quando decidono di pianificare per i successivi 10, 15, 20 anni la propria comunità ancora partono dall’assunto che ci sarà maggiore disponibilità di energia, più auto, più edifici, più lavoro, più crescita e così via. Ma che succederebbe se questo non fosse vero? Come potremmo accettarlo e come potemmo inventare qualcosa che possa realmente sostenere tutti quanti? Come dice un mio amico, “La vita è una serie di cose per le quali non sei ancora pronto”. E questa è stata certamente la mia esperienza con la Transizione in tre anni, dall’essere solo un’idea, è diventata qualcosa che si è diffusa viralmente nel mondo. Stiamo ottenendo l’interesse del governo. Ed Miliband, il ministro dell’energia di questo paese (UK), è stato recentemente invitato a venire alla nostra conferenza, come spettatore. E lui è venuto(Risate) (Applausi) e da quel momento è diventato un grande sostenitore dell’intera idea.

14:02Ci sono al momento nel paese (UK) due amministrazioni locali che si sono dichiarate amministrazioni locali di Transizione, Leicestershire e Somerset. E a Stroud, il gruppo di Transizione, ha in effetti scritto il piano alimentare per l’amministrazione locale. E il presidente del consiglio locale ha detto, “Se non avessimo avuto Transition Stroud, avremmo dovuto inventare tutta questa infrastruttura comunitaria da zero.” E mentre vediamo la diffusione di questo processo, vediamo nascere degli “hub” nazionali.

14:25Il Scozia, il fondo governativo per il cambiamento climatico ha finanziato Transition Scotland come organizzazione nazionale per la diffusione di queste iniziative. E ora vediamo la stessa cosa un po’ dappertutto. Ma il punto chiave nella Transizione è non pensare che si debba cambiare tutto subito, ma che le cose stanno inevitabilmente già cambiando e che quello di cui abbiamo bisogno è di lavorarci su in modo creativo partendo dal fare le domande giuste.

14:48Penso di voler tornare alla fine all’idea delle storie. Perché penso che le storie siano vitali in questo contesto. Le storie che raccontiamo a noi stessi; ma abbiamo una enorme carenza di storie su come procedere creativamente da qui. E una delle cose fondamentali che la Transizione fa è fare emergere queste storie da quello che le persone fanno. Storie che parlano della comunità che ha prodotto la propria banconota da 21 sterline, per esempio, della scuola che ha trasformato il parcheggio in un orto,della comunità che ha fondato una sua compagnia elettrica. E per me, una delle storie recenti più belle è quella degli Obama che hanno zappato il prato sud della Casa Bianca per creare un orto. Perché l’ultima volta che fu fatto, quando Eleanor Roosevelt lo fece, questo portò alla creazione di 20 milioni di orti negli Stati Uniti.

15:31La domanda con cui vorrei lasciarvi è, quindi: tutto ciò di cui la vostra comunità ha bisogno per prosperare, come può essere fatto in maniera da ridurre drasticamente le emissioni di CO2 e costruire al contempo la resilienza?

15:46Personalmente, sento un’enorme gratitudine per aver vissuto nell’era del petrolio a basso costo. Sono stato straordinariamente fortunato, siamo stati straordinariamente fortunati. Ma cerchiamo di dare valore a ciò che questo ci ha dato, e andiamo avanti da dove siamo ora. Perché se ci attacchiamo al petrolio, e continuiamo a pensare che possa sostenere le nostre scelte, il futuro che ci si presenterà sarà davvero ingestibile. E apprezzando, ma lasciando, tutto quello che il petrolio ha fatto per noi, quello che l’epoca del petrolio ha fatto per noi, saremo in grado di cominciare la costruzione di un mondo più resiliente, più accogliente, e nel quale ci ritroveremo più sani, più abili e più collegati gli uni agli altri. Molte grazie.(Applausi)