Intervista a Piero Terracina

“Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre.”

– Mahatma Gandhi

Nasce a Roma in una famiglia ebraica, ultimo dei quattro figli di Giovanni Terracina e Lidia Ascoli.[1] Nell’autunno del 1938, a causa dell’emanazione delle leggi razziali in Italia, Piero, come tutti gli alunni e i docenti ebrei, fu espulso dalla scuola pubblica. Terracina proseguì gli studi nelle scuole ebraiche fino a che, dopo essere sfuggito al rastrellamento del 16 ottobre 1943, venne arrestato a Roma, il 7 aprile 1944, su segnalazione di un delatore, con tutta la famiglia: i genitori, la sorella Anna, i fratelli Cesare e Leo, lo zio Amedeo, il nonno Leone David.[2] Detenuti per qualche giorno nel carcere di Roma di Regina Coeli, dopo una breve permanenza nel campo di Fossoli, il 17 maggio del ’44 furono avviati alla deportazione.[3]

Giornata della memoria 2018: guarda questo video!

Se hai 45 minuti di tempo guarda questo video interessantissimo. Una testimonianza reale di un sopravvissuto, Alberto Mieli che nel 1938 aveva 11 anni…

 

 

 

“Per questo ho vissuto” è il titolo dello speciale di Nel cuore dei giorni Arancio, condoto da Fabio Bolzetta, dedicato alla Giornata della Memoria. In studio Alberto Mieli, uno dei pochi sopravvissuti agli orrori di Auschwitz-Birkenau; 12 ragazzi dell’istituto Pio XI, ritenuto giusto fra le nazioni grazie all’eroica azione di padre Armando Alessandrini, direttore allora dell’Istituto stesso; Alberto Venezia, figlio di Shlomo Venezia, testimone della Shoà scomparso da 2 anni. In un servizio la testimonianza di Sami Modiano, ebreo italiano di Rodi sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau. I giovani del liceo ebraico Levi, raccontano il senso del Giorno della Memoria per tutti i giovani, ebrei e non ebrei.

 

 

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il mondo cambia con il tuo esempio non con la tua opinione paulo coelho

Giornata della memoria – Viktor Frankl

Da tutto ciò possiamo apprendere che sulla terra esistono soltanto due razze umane, e solo queste due; la «razza» degli uomini per bene e quella dei «poco di buono». Queste due «razze» sono diffuse ovunque, penetrano e s’infilano in tutti i gruppi. Nessun gruppo è composto esclusivamente da persone per bene o esclusivamente da «poco di buono».

Viktor Emil Frankl (Vienna, 26 marzo 1905Vienna, 2 settembre 1997) è stato un neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, uno fra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia, metodo che tende a evidenziare il nucleo profondamente umano e spirituale dell’individuo.[1].

Dal 1942 al 1945 fu prigioniero in quattro campi di concentramento nazisti, tra cui Auschwitz e Dachau. Il metodo di Frankl è considerato come il terzo metodo della scuola viennese (dopo quelli di S. Freud e A. Adler)[2][3][4].

A partire dall’esperienza della deportazione scrisse i volumi Alla ricerca di un significato della vita e I fondamenti spirituali della logoterapia. A lui si deve la definizione di nevrosi noogena, concezione secondo la quale l’equilibrio psichico dipende dalla percezione significativa del sé e del proprio vissuto.

Secondo Frankl, quando l’individuo non si sente “significativo”, cerca compensazione o in gratificazioni artificiali (droghe chimiche e psichiche) o in atteggiamenti di potenza (comportamenti distruttivi ed autodistruttivi). Da qui la differenza tra l’uomo d’oggi che non è più frustrato sessualmente (come l’uomo del secolo scorso), ma si sente frustrato nell’universo valoriale (differenziando così il focus dell’approccio logoterapeutico dall’originaria metapsicologia psicoanalitica pulsionalista).

« Che cos’è, dunque, l’uomo? Noi l’abbiamo conosciuto come forse nessun’altra generazione precedente; l’abbiamo conosciuto nel campo di concentramento, in un luogo dove veniva perduto tutto ciò che si possedeva: denaro, potere, fama, felicità; un luogo dove restava non ciò che l’uomo può “avere”, ma ciò che l’uomo deve essere; un luogo dove restava unicamente l’uomo nella sua essenza, consumato dal dolore e purificato dalla sofferenza. Cos’è, dunque, l’uomo? Domandiamocelo ancora. È un essere che decide sempre ciò che è. »

 

 

Testi di canzoni: Auschwitz – Francesco Guccini

Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….

Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…

Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…

Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare
e il vento si poserà
e il vento si poserà
e il vento si poserà…

Auschwitz poesie di Salvatore Quasimodo

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.
Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: ” Il lavoro vi renderà liberi ”
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le doccie a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
di vetro ancora strette da amuleti
e ombre infinite di piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
d’un tempo di saggezza, di sapienza
dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.