Il posto dei santi – Giuliano Sangiorgi – Negramaro

 

Ho leccato via il sale dagli occhi

per saperti più forte degli altri

ho nascosto le pieghe del nostro cuscino

perché tu non possa annoiarti.

Ho rubato l’odore dei sensi

ti ho sentito con il naso che menti

ho tenuto ben stretto tra i denti il respiro

per non far sapere i tormenti.

Ho sentito il rumore del cielo

diventare ogni giorno più grande

ho copiato i frastuoni

che fanno anche gli alberi

quando la vita è ingombrante.

Ho ingoiato il sudore del mare

indossando le nuvole grigie

ho capito che tutto appartiene

al resto che manca non solo se esiste.

Vivere

non è abbastanza se

non c’è distanza che

non ti permetta di desiderare.

Perdersi

per poi riprendersi

non è dividersi

siamo sostanza che non può sparire.

Ho strappato le ali dei sogni

per cadere ogni volta sui tetti

preferisco restare coi gatti sul mondo

che tanto comunque ritorni.

E ti accorgi che quello che senti

ha radice nel posto dei santi

ma tradotto nei gesti dell’uomo

che sbaglia ogni volta si torna perdenti.

Ho invitato le nuovi stagioni

per cambiare la pelle del giorno

ho coperto ogni singola parte di pelle

del corpo con petali e fiori.

Ho chiamato per nome coi santi

troppo comodi troppo distanti

li ho convinti ad avere paura

di quelli che giocano a fare i potenti.

Vivere

non è abbastanza se

non c’è distanza che

non ti permetta di desiderare.

Perdersi

per poi riprendersi

non è dividersi

siamo sostanza che non può sparire.

Vivere

non è abbastanza se

non c’è una danza che

non ti convinca di poter volare

liberi senza rinchiudersi

e infine arrendersi

a questa stanza che non sa dormire.

Mi sono accorto proprio adesso

che non ha muri quest’inverno

dagli occhi passa solo vento

e porta via con se il rimpianto

di un cielo che non si è più spento

illudimi che adesso posso

vivere

vivere.

Vivere

non è abbastanza se

non c’è una danza che

non ti convinca di poter volare

liberi senza rinchiudersi

e infine arrendersi

a questa stanza che non sa dormire.

a questa stanza che non sa dormire

in questa stanza che non sa dormire

siamo sostanza che non può sparire

non puoi sparire

tu non sparire!

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Tra le mie braccia. (Nick Cave)

Io non credo in un Dio che interviene direttamente nelle nostre vite
Ma so, cara, che tu ci credi
Ma se io potessi credere mi inginocchierei e chiederei a Lui
di non intervenire quando si tratta di te
di non toccarti nemmeno un capello in testa
Per lasciarti come sei
E se Egli sentisse di doverti guidare,
che ti guidi tra le mie braccia,
Tra le mie braccia, o Signore
Tra le mie braccia, o Signore
Tra le mie braccia, o Signore
Tra le mie braccia.

E non credo nell’esistenza degli angeli
Ma guardandoti mi chiedo se questo è vero
Ma se io potessi li convocherei tutti insieme
E chiederei loro di vegliare su di te

e di accendere una candela per te
per rendere luminoso e chiaro il tuo cammino
per camminare, come Cristo, nella grazia e nell’amore

(prego ) Che ti guidi tra le mie braccia
Tra le mie braccia, o Signore
Tra le mie braccia, o Signore
Tra le mie braccia, o Signore
Tra le mie braccia.

E credo nell’Amore
E so che anche tu ci credi
E credo in un sentiero
Che siamo in grado di percorrere, io e te
Così , ( Signore), tieni accesa la sua candela
E rendi il suo cammino limpido e luminoso
così che lei possa ritornare
Sempre e per sempre
Tra le mie braccia, o Signore
Tra le mie braccia, o Signore
Tra le mie braccia, o Signore
Tra le mie braccia.

(Testo di Nick Cave, Into my arms, traduzione Phlomis68)

#angeli, #braccia, #candela, #sentiero

Vieni presto Gesù – Angelo Saporiti

Vieni presto Gesù.

Ti stiamo aspettando Gesù.
Fa’ scendere la tua Parola su di noi.
Abbiamo tanto bisogno di te.

Tocca il nostro cuore, cambia il nostro stile di vita,
rendici più generosi, più autentici, più umani.

Ti stiamo aspettando Gesù.
Ti aspetta questa tua parrocchia.
Ti aspettano le nostre famiglie e i bambini, i nostri anziani e gli ammalati.

Vieni presto, Signore Gesù!
Non tardare!
Aiutaci a condividere tra noi il pane del rispetto e dell’amicizia.
Donaci di spezzare con chi è solo il pane di una stretta di una mano;
Donaci di donare il pane della fiducia con chi è nella disperazione.
Gesù, ti stiamo aspettando.
Non tardare.
Amen.

Grazie a Enzo Morabito

Il tuo sorriso – Pablo Neruda

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l’aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l’acqua che d’improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d’argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d’aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.

Amor mio, nell’ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d’improvviso
vedi che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.

Vicino al mare, d’autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.

Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell’isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l’aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.

Pablo Neruda

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Digitale Purpurea – Giovanni Pascoli

Siedono. L’una guarda l’altra. L’una
esile e bionda, semplice di vesti
e di sguardi; ma l’altra, esile e bruna,

 

l’altra… I due occhi semplici e modesti
fissano gli altri due ch’ardono. «E mai
non ci tornasti?» «Mai!» «Non le vedesti

più?» «Non più, cara.» «Io sì: ci ritornai;
e le rividi le mie bianche suore,
e li rivissi i dolci anni che sai;

quei piccoli anni così dolci al cuore…»
L’altra sorrise. «E di’: non lo ricordi
quell’orto chiuso? i rovi con le more?

i ginepri tra cui zirlano i tordi?
i bussi amari? quel segreto canto
misterioso, con quel fiore, fior di…?»

«morte: sì, cara». «Ed era vero? Tanto
io ci credeva che non mai, Rachele,
sarei passata al triste fiore accanto.

Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria; un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblìo dolce e crudele.

Oh! quel convento in mezzo alla montagna
cerulea!» Maria parla: una mano
posa su quella della sua compagna;

e l’una e l’altra guardano lontano.

II

Vedono. Sorge nell’azzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno d’incenso.

Vedono; e si profuma il lor pensiero
d’odor di rose e di viole a ciocche,
di sentor d’innocenza e di mistero.

E negli orecchi ronzano, alle bocche
salgono melodie, dimenticate,
là, da tastiere appena appena tocche…

Oh! quale vi sorrise oggi, alle grate,
ospite caro? onde più rosse e liete
tornaste alle sonanti camerate

oggi: ed oggi, più alto, Ave, ripete,
Ave Maria, la vostra voce in coro;
e poi d’un tratto (perché mai?) piangete…

Piangono, un poco, nel tramonto d’oro,
senza perché. Quante fanciulle sono
nell’orto, bianco qua e là di loro!

Bianco e ciarliero. Ad or ad or, col suono
di vele al vento, vengono. Rimane
qualcuna, e legge in un suo libro buono.

In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,

l’alito ignoto spande di sua vita.

III

«Maria!» «Rachele!» Un poco più le mani
si premono. In quell’ora hanno veduto
la fanciullezza, i cari anni lontani.

Memorie (l’una sa dell’altra al muto
premere) dolci, come è tristo e pio
il lontanar d’un ultimo saluto!

«Maria!» «Rachele!» Questa piange, «Addio!»
dice tra sé, poi volta la parola
grave a Maria, ma i neri occhi no: «Io,»

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a

ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all’alba, nell’ignara anima, spento.

Maria, ricordo quella grave sera.
L’aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M’inoltrai leggiera,

cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi… (l’altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido…) si muore!»

Gli angeli – Vasco Rossi

Quello che si prova
non si può spiegare qui
hai una sorpresa
che neanche te lo immagini
dietro non si torna
non si può tornare giù
Quando ormai si vola
non si può cadere più….
Vedi tetti e case
e grandi le periferie
E vedi quante cose
sono solo “fesserie”…
E da qui….e da qui…
…qui non arrivano gli angeli
con le lucciole e le cicale..
E da qui….e da qui….
“non le vedi più quelle estati lì”
“quelle estati lì”

Qui è logico
cambiare mille volte idea
ed è facile
sentirsi da buttare via!!
Qui non hai “la scusa”
che ti può tenere su
Qui la notte è buia
e ci sei soltanto tu
Vivi in bilico
e fumi le tue Lucky Strike
e ti rendi conto
di quanto le maledirai…..

E da qui….e da qui…
qui non arrivano “gli ordini”…
a insegnarti la strada buona…
E da qui….e da qui….
QUI NON ARRIVANO GLI ANGELI!!