La befana di Gianni Rodari

La Befana, cara vecchietta,
va all’antica, senza fretta.
Non prende mica l’aeroplano
per volare dal monte al piano,
si fida soltanto, la cara vecchina,
della sua scopa di saggina:
è così che poi succede
che la Befana… non si vede!
Ha fatto tardi fra i nuvoloni,
e molti restano senza doni!
Io quasi, nel mio buon cuore,
vorrei regalarle un micromotore,
perché arrivi dappertutto
col tempo bello o col tempo brutto…
Un po’ di progresso e di velocità
per dare a tutti la felicità!

  • Gianni Rodari –

“Desiderare”

​In queste notti limpide potremmo fare come quei magi che lasciarono tutto per seguire una stella. Quanto ci manca una stella che ci indichi la direzione? 

Ci sono giorni in cui se non orientiamo le nostre energie verso un punto ben preciso, rischiamo di girare a zonzo senza accorgerci di nulla. 

‘Desiderare’ cioè “sentir la mancanza di una stella”, diventa così prezioso, perché ci ricorda che la vita ha in serbo qualcosa di unico per noi, e che questa si può realizzare se riesco a percepirlo come desiderio, affinando la percezione.

Amo queste parole di Romena perchè più di tutte mi indicano la direzione:

“Siamo in viaggio, a volte con lo stomaco in gola, quando la tempesta è violenta; altre volte cullati dalle onde, quando la brezza accarezza il mare. Come tutti dipendiamo molto dal vento, dalle onde e dalla tempesta

non prevista.

La paura del nuovo ci rende prigionieri di realtà imperfette, stagnanti e svuota la vita del midollo che ci tiene in piedi. 

Dobbiamo tornare a navigare col coraggio di smarrirci e poi ritrovare la meta, raccapezzarci per non smarrirci di nuovo. 

Prendere il largo, consapevoli che, in viaggio, l’inatteso è sempre dietro l’angolo e che il non crederci ha il potere di farci trovare impreparati quando arriva.

I nostri sogni e desideri di fraternità sono solo polline, che spesso non riesce a fiorire, ma è capace almeno di profumare l’aria.”

Giorgio Bonati

Discorso di José Mujica sul senso della vita

​Di seguito riportiamo il discorso del presidente dell’Uruguay, José Mujica, al summit Rio+20 che si è tenuto nei giorni 20-22 giugno 2012 a Rio de Janeiro.
“Autoritá presenti di tutte le latitudini e organismi, grazie mille. Grazie al popolo del Brasile e alla sua Presidentessa, Dilma Rousseff. Mille grazie alla buona fede che, sicuramente, hanno avuto tutti gli oratori che mi hanno preceduto.
Esprimiamo la profonda volontá come governanti di sostenere tutti gli accordi che, questa, nostra povera umanitá, possa sottoscrivere. Comunque, permettetteci di fare alcune domande a voce alta. Tutto il pomeriggio si é parlato dello sviluppo sostenibile. Di tirare fuori le immense masse dalle povertá. 
Che cosa svolazza nella nostra testa? Il modello di sviluppo e di consumo, che è quello attuale delle società ricche? Mi faccio questa domanda: che cosa succederebbe al pianeta se gli indù in proporzione avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi?
Quanto ossigeno resterebbe per poter respirare? Più chiaramente: possiede il Mondo oggi gli elementi materiali per rendere possibile che 7 o 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le più opulente società occidentali? Sarà possibile tutto ciò? O dovremmo sostenere un giorno, un altro tipo di discussione?
Perché abbiamo creato questa civilizzazione nella quale stiamo: figlia del mercato, figlia della competizione e che ha portato un progresso materiale portentoso ed esplosivo. Ma l’economia di mercato ha creato società di mercato. E ci ha rifilato questa globalizzazione, che significa guardare in tutto il pianeta. Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa?

É possibile parlare di solidarietà e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternità?
Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento. Ma al contrario: la sfida che abbiamo davanti é di dimensioni colossali e la grande crisi non é ecologica, é politica! L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo… e la vita! Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, cosí, in generale. Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita é corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo é elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo é il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper consumo é lo stesso che sta aggredendo il pianeta.
Però loro devono generare questo iper consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto. Una lampadina elettrica, quindi, non può durare più di 1000 ore accesa. Però esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese! Ma questo non si può fare perché il problema é il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e così rimaniamo in un circolo vizioso.
Questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che é ora di cominciare a lottare per un’altra cultura. Non si tratta di immaginarci il ritorno all’epoca dell’uomo delle caverne, né di erigere un monumento all’arretratezza. Però non possiamo continuare, indefinitamente, governati dal mercato, dobbiamo cominciare a governare il mercato. Per questo dico, nella mia umile maniera di pensare, che il problema che abbiamo davanti é di carattere politico. I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: “povero non é colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di piú e piú”.
Questa é una chiave di carattere culturale. Quindi, saluterò volentieri lo sforzo e gli accordi che si fanno. E li sosterrò, come governante. So che alcune cose che sto dicendo, stridono.

Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e dell’aggressione all’ambiente non é la causa. La causa é il modello di civilizzazione che abbiamo montato. E quello che dobbiamo cambiare é la nostra forma di vivere!
Appartengo a un piccolo paese molto dotato di risorse naturali per vivere. Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, delle migliori al mondo. E circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore. Il mio paese é un esportatore di cibo, di latticini, di carne. É una semipianura e quasi il 90% del suo territorio é sfruttabile.
I miei compagni lavoratori, lottarono tanto per le 8 ore di lavoro. E ora stanno ottenendo le 6 ore. Ma quello che lavora 6 ore, poi si cerca due lavori; pertanto, lavora più di prima. Perché? Perché deve pagare una quantità di rate: la moto, l’auto, e paga una quota e un’altra e un’altra e quando si vuole ricordare … é un vecchio reumático – come me – al quale già gli passò la vita davanti!
E allora uno si fa questa domanda: questo é il destino della vita umana?

Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché é questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!
Quando lottiamo per l’ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento si chiama felicità umana!”
Link del video dell’intervento del presidente uruguaiano José Mujica:

Senso della vita

Quando ti rivedrò…

E’ stata una lunga giornata senza di te amico mio
E ti racconterò tutto quando ti rivedrò
Ne abbiamo fatta di strada da dove siamo partiti
Oh ti racconterò tutto quando ti rivedrò
Quando ti rivedrò

Accidenti, chi si sarebbe immaginato tutti gli aerei su cui abbiamo volato
Bei momenti che abbiamo vissuto
Che starei proprio qui
A parlarti di un altro percorso
So che ci piacerebbe viaggiare e ridere
Ma qualcosa mi diceva che non sarebbe durato
Abbiamo dovuto cambiare piano, guardare le cose diversamente, vedere il quadro complessivo
Quelli erano i giorni
Il duro lavoro paga sempre
Ora ti vedo in un posto migliore

Come non parlare della famiglia quando la famiglia è tutto ciò che abbiamo?
Tutto quello che ho passato, tu eri al mio fianco
E ora tu sarai con me per l’ultima corsa

E’ stata una lunga giornata senza di te amico mio
E ti racconterò tutto quando ti rivedrò
Ne abbiamo fatta di strada da dove siamo partiti
Oh ti racconterò tutto quando ti rivedrò
Quando ti rivedrò

 

Primo, entrambi usciremo a modo tuo
E l’atmosfera si sente forte
E ciò che è piccolo si è trasformato in un’amicizia
Un’amicizia si è trasformata in un legame
E questo legame non si romperà mai
L’amore non potrà mai perdersi
E quando la fratellanza arriva prima
Allora non sarà mai superata la linea
Stabilita da noi
Quando quella linea doveva essere disegnata
E quella linea è quello che abbiamo raggiunto
Così, ricordati di me quando sarò andato

Come non parlare della famiglia quando la famiglia è tutto ciò che abbiamo?
Tutto quello che ho passato, tu eri al mio fianco
E ora tu sarai con me per l’ultima corsa

Così lascia che la luce guidi la tua strada, yeah
Conserva ogni ricordo mentre vai
E ogni strada che prendi
Ti porterà sempre a casa

E’ stata una lunga giornata senza di te amico mio
E ti racconterò tutto quando ti rivedrò
Ne abbiamo fatta di strada da dove siamo partiti
Oh ti racconterò tutto quando ti rivedrò
Quando ti rivedrò

“O morte, dov’è la tua vittoria?” 

Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, 52 in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. 53 È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.
54 Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata ingoiata per la vittoria.
55 Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. 57 Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! 58 Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

“O morte, dov’è la tua vittoria?” 

Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, 52 in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. 53 È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.
54 Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata ingoiata per la vittoria.
55 Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. 57 Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! 58 Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

​Un bacio a Natale – Caterina Sardanelli

C’era una volta, anzi ancor prima, Napitia, un antico borgo

arroccato sulla Costa degli Dei . Stradine, viuzze e scalinate

si intrecciavano in un labirinto di saliscendi. 

In un vicolo del paese Napitino abitava la famiglia Sestri,

composta da Giuseppe, Carmela e la piccola Caterina.

La bambina trascorreva le giornate a giocare con la sua amica 

speciale Tracy, la Fata Allegra. Un mattino d’inverno Cate-

rina udì un fruscio più dolce della pioggia. A quel punto non

 resistette più a letto e si affacciò alla finestra ed esclamò:

«Oh la neve! Non s’era mai vista!»

Erano i giorni prossimi al Natale. All’alba Giuseppe si re-

cò in piazza della Repubblica a comprare l’abete. Dopo

averlo posto nell’angolo della cucina, la famiglia discute-

va su cosa usare per addobbarlo. Chi diceva il muschio, chi

le ghiande, chi la frutta e chi oggetti di paglia. Alla fine

tutti si misero d’accordo e lo adornarono con tutte le deco-

razioni. Il presepe era allestito sopra un tavolo vicino al ca-

mino. Prepararlo era una festa nella festa per la famigliola.

Una mattina Caterina si svegliò manifestando un cambi-

amento repentino: non si reggeva in piedi.

Quando la mamma giunse sulla soglia della camera si

spaventò: «Signore mio Dio!» Prendendo fiato, Caterina

disse: « Mamma ho male alle gambe». 

In quell’istante apparve la Fata. Con la sua penna magica

disegnò tante meraviglie per strapparle un sorriso.

«Tutto inutile!» pensò Tracy. A questo punto la

Fata disse: «Ci vuole un po’ della vecchia energia!» Ecco

che coinvolse Caterina nel viaggio dei ricordi più belli.

Tracy iniziò il suo narrare: «Ricordi gli ultimi giorni di 

scuola prima della chiusura delle vacanze natalizie cosa 

è successo?» «Si! È venuto Pegosilius il pinguino, e con 

un suono magico ha colorato l’aula con tante coccinelle.

«E poi dai, rammenta!» disse Tracy spronandola.

«Il pinguino sputava bolle di sapone. Ne ha fatta una enorme

 e vi entrato dento trasformandosi in un gabbiano. 

Planando ci salutava con l’ultimo spruzzo di bollicine a forma

di stelline. Fatina mia sono stanca!» disse Caterina.

«Riposa e non curarti d’altro» rispose Tracy.

 Da quel giorno passò dell’altro tempo, lungo e ama-

ro. In quella casa regnava la disperazione per la figlia ma-

lata. Così Giuseppe prese una decisione e spiegò alla moglie:

«Vado nel bosco a trovare Tosemen, il nostro amico gnomo».

Salì in groppa all’asino e si diresse verso il bosco di Napitia.

«Esci fuori dalla tana, Tosemen!!! Devo parlarti». Lo gnomo

con le mani sporche e indaffarato a fare miscele disse:

 «Ehilà! È da molto che non vieni a spaccare legna!»

«Ho bisogno del tuo aiuto. Dammi una tua pozione magica per

 Caterina. Ti prego, non deve morire» Tosemen ascoltava con

 interesse. Si grattò a lungo la folta barba mentre riflette-

va. «Di che cosa si tratta?» chiese. Giuseppe gli raccontò

 tutto. Dopo una lunga pausa affermò: «Ecco! Questa è la pozio-

ne del fungo. Vedrai, la nostra piccola dormirà e riacquiste-

rà le forze». Tosemen guardava Giuseppe allontanarsi dal bosco

e pronunziò la formula magica: «Ch’ella diventi debolissima e

 così sia!» Poi osservandolo ancora si abbandonò ai suoi pen-

 sieri malvagi. Da molto tempo meditava sulla necessità di

 sottoporsi al solito rituale magico con il fungo del sonno.

Esso attirava l’ultima forza vitale alle tante sue prede favoren-

dogli la gioventù. Questa volta la sua preda facile fu la po-

vera Caterina. In breve tempo, Giuseppe giunse a casa.

 Immediatamente Caterina bevve la miscela e si ad-

dormentò. Sognò Giovanni il suo compagno di scuola.

«Cucù! Come ti va?» domandò Giovanni strizzando l’occhio.

«Chiedimi qualche altra cosa» rispose Caterina e proseguì

«Ma io che cosa ho?» «La talassemia» «Ah! Ma tu ce l’hai

la talassatua?» «Ognuno ha la talassasua». «Io nella bocca

 ho l’Africa» disse Giovanni. «Ma tu sai che cosa è l’Africa?»

«È un pezzo di terra grande, dove vivono tante persone».

«E allora come entrano tutti nella tua bocca? La maestra

mi ha detto che sono tanti animaletti». «Ma senti un po’dove

hai imparato la parola “talassemia”?» Un giorno dormivi nel

tuo letto. Sono entrato e ho visto il dottore. Parlava con

 tua mamma. «È molto peggiorata, ha la talassemia». «Io avevo

capito portarsela via. E pensai ma dove?» A questo punto

Giovanni per rallegrarla fece i suoi soliti versi di animali e

inventava parole strane: « Se non ti muovi ti sasso un tiro

 in testa. Ho dimenticato le case dentro le chiavi» «Ah ah ah!»

ridevano a crepa pelle. Prima di salutarla la incoraggiò :

«Non ti arrendere mi raccomando! Dopo le vacanze dobbiamo

 ridere ancora». La mattina seguente Caterina era più deperita,

le girava la testa come se fosse ubriaca e disse ai genitori:

«Sono stanca, davvero… ». Intervenne Tracy e le disse:

«Vedrai si risolverà tutto per il meglio!» «Stanotte nel sogno

Giovanni mi ha spiegato che ho la talassemia. È vero?» «Si!»

«Allora non ho sognato quando ho sentito la voce del dot-

tore?» «No!» «Combatterò questa talassa. Malattia vai via!»

asserì Caterina decisa a lottare. «Sei pronta per il lungo

viaggio?» chiese Tracy. «Si!» rispose Caterina sorpresa

 di scoprire che il dolore era affievolito. La Fata con la penna

magica disegnò una carrozza. «Voliamo, cari amici?» domandò

 il cocchiere. Caterina non credeva ai propri occhi… «Wow!

Che bello!» Dopo un attimo di stupore… «Questo è il Regno

delle Fate?» «Si!» replicò Tracy. «Guarda! Il palazzo Reale è

poggiato su tante nuvole verdi!» affermò Caterina estasiata. 

«Si! Ora andiamo alla corte della  Regina Madre.»

«Maestà. Ecco Caterina» disse Tracy. «Regina Madre!» esclamò

Caterina chinando la testa con riverenza. «Ti stavo aspettando.

So cosa vuoi ma te lo devi guadagnare». «Ovviamente, ma in

che modo?» «Devi andare nella Grotta Azzurra a prendere il

mio anello magico sconfiggendo il drago». «Però dopo mi dare-

te una ricompensa?» «Si!» Subito Caterina e Tracy

raggiunsero la grotta. All’ingresso c’erano delle guardie.

«Ci sono due intruse, signore!» «Fatele entrare!»

«Agli ordini!» Era giunto il momento di affrontare il drago.

 La Fata disegnò uno specchio. Dentro si riflettevano arcoba-

leni, fiori, prati e cascate che si tuffavano dalla montagna al

mare sottostante. L’acqua era trasparente. Caterina era immersa

in un luogo fantastico. L’amore e il coraggio si svegliarono.

Era pronta a superare gli ostacoli. All’improvviso l’acqua si

trasformò in piccole gocce di cristallo e caddero nelle mani di

Caterina. «Fatina mia, guarda ho l’anello della Regina!» Nello

stesso tempo il drago si trasformò in un bel principe e disse:

«Ti ringrazio Caterina. Il tuo amore mi ha svegliato dalle

 tenebre». «Sono contenta per te. D’ora in poi sarai felice».

Così il principe narrò la sua triste storia: «In un tempo

passato e in un’epoca antica, ero un principe generoso e

regnavo con saggezza, tuttavia una strega invidiosa mise

in atto la sua vendetta: mi trasformò in un drago dal cuore

di ghiaccio. Ora so che non era l’anello magico a salvarmi.

Fortunatamente la chiave del tuo cuore mi ha ridato la vita».

Tracy e Caterina s’incamminarono verso il palazzo Reale.

Di tanto in tanto giravano il capo a guardare il principe

che si dirigeva verso il suo regno. Giunte al palazzo 

Reale la regina Madre ringraziò Caterina dicendo:

«Ottimo lavoro! Complimenti! Adesso è giusto dare la ricom-

pensa. Per premiare il tuo coraggio, voglio offrirti queste

stampelle» . «E queste aste cosa sono Maestà? Non le voglio!»

«Aste a noi?» «Io mi chiamo Nino», dichiarò la stampella

 destra. «Io mi chiamo Nina», si presentò la stampella sinistra.

«Maaa… voi parlate?» «Si! Perché tu non parli?» «Io parlo

ma non cammino» «E neanche noi. Bè, cominciamo bene!»

pronunciarono in coro e aggiunsero: «Noi dobbiamo stare con te

per sempre» «Sento di non farcela» «Almeno provaci».

E fu così che insieme provarono a camminare.

«Stiamo prendendo il sonno. Vai piano!» affermarono

 le stampelle. «E non ridete di me!» esclamò Caterina infuriata.

Intervenne Tracy e disse: «È ora di rientrare a casa. È la

 vigilia di Natale». Sempre intorpidita, Caterina muoveva

 passi lenti. «Oh! mamma!» «Ma è già tantissimo, figlia mia».

 In quella casa finalmente aleggiava un po’ di tranquillità.

 A un tratto entrò nella camera della bambina il buon vecchio

 dalla barba bianca dichiarando: «Quest’anno la mia slitta è

 più pesante del solito» «Cosa porti?» chiese Caterina.

 «Porto Amore, Pace e Speranza. Però c’è un dono che non 

spetta a me» sostenne l’anziano canuto.

 Caterina guardò Tracy speranzosa, mentre la

mamma piangeva. In quel mentre entrò Giuseppe. Prese sotto

braccio la moglie e andarono in cucina vicino al presepe.

Tracy e Caterina li seguirono. Caterina sentì la voce del

 papà: «Nella piccola notte magica dell’anno vuoi recitare

la tua poesia?» «Si! Con piacere. “Udii tra il sonno le

 ciaramelle, ho udito un suono di ninne nanne… Non me la ri-

cordo» disse la piccola. «CLAPSS!» Un applauso festoso 

scrosciò. Subito dopo, secondo la tradizione natalizia, la

famiglia si riunì a tavola per la cena. In seguito si strinsero

davanti al camino. Era gradevole sentire sulla pelle il

calore della fiamma. Nella stanza c’era un suggestivo profumo

di buccia di mandarino e tutti gustavano biscotti e dol-

cetti natalizi. Un po’ prima della mezzanotte, Caterina ornai un

po’ stanca si accoccolò sulle ginocchia della mamma.

Udì una voce soave. «Ma non è la voce della mia mamma!»-

pensò- E allora chi è?» Si svegliò e non vide 

nessuno. «SMACK!» qualcuno la baciò. Immancabilmente 

prima di andare a dormire si recitava tutti insieme la

 preghiera. «Gesù prenditi cura di me e tienimi stretta fino

a domani». 

Era il  giorno di Natale, al risveglio, Caterina disse

alla mamma: «Ho sognato di essere guarita». E a quel 

punto saltò dal letto con le sue gambe gridando: «ALLELUIA!

ALLELUIA! È troppo bello per poterci credere!»

«Rallegrati, figlia mia! L’amore di Gesù Bambino ti ha guarito».

Caterina volse lo sguardo verso Tracy, che era sempre con lei.

«È giunto il momento di salutarci» disse la Fata. Uscì dalla

finestra svolazzante. Salutava briosa con: «BUON NATALE!

BUON NATALE! » Caterina rispose al saluto con un’ espressione

 inglese imparata tra le tante a scuola: «MERRY CHRISTMAS! ».

«Ah! Quel bacio tanto atteso!» pensava Tracy allontanandosi

dal borgo Napitino.

Caterina Sardanelli.

Un bacio a Natale

C’era una volta, anzi ancor prima, Napitia, un antico borgo

arroccato sulla Costa degli Dei . Stradine, viuzze e scalinate

si intrecciavano in un labirinto di saliscendi. 

In un vicolo del paese Napitino abitava la famiglia Sestri,

composta da Giuseppe, Carmela e la piccola Caterina.

La bambina trascorreva le giornate a giocare con la sua amica 

speciale Tracy, la Fata Allegra. Un mattino d’inverno Cate-

rina udì un fruscio più dolce della pioggia. A quel punto non

 resistette più a letto e si affacciò alla finestra ed esclamò:

«Oh la neve! Non s’era mai vista!»

Erano i giorni prossimi al Natale. All’alba Giuseppe si re-

cò in piazza della Repubblica a comprare l’abete. Dopo

averlo posto nell’angolo della cucina, la famiglia discute-

va su cosa usare per addobbarlo. Chi diceva il muschio, chi

le ghiande, chi la frutta e chi oggetti di paglia. Alla fine

tutti si misero d’accordo e lo adornarono con tutte le deco-

razioni. Il presepe era allestito sopra un tavolo vicino al ca-

mino. Prepararlo era una festa nella festa per la famigliola.

Una mattina Caterina si svegliò manifestando un cambi-

amento repentino: non si reggeva in piedi.

Quando la mamma giunse sulla soglia della camera si

spaventò: «Signore mio Dio!» Prendendo fiato, Caterina

disse: « Mamma ho male alle gambe». 

In quell’istante apparve la Fata. Con la sua penna magica

disegnò tante meraviglie per strapparle un sorriso.

«Tutto inutile!» pensò Tracy. A questo punto la

Fata disse: «Ci vuole un po’ della vecchia energia!» Ecco

che coinvolse Caterina nel viaggio dei ricordi più belli.

Tracy iniziò il suo narrare: «Ricordi gli ultimi giorni di 

scuola prima della chiusura delle vacanze natalizie cosa 

è successo?» «Si! È venuto Pegosilius il pinguino, e con 

un suono magico ha colorato l’aula con tante coccinelle.

«E poi dai, rammenta!» disse Tracy spronandola.

«Il pinguino sputava bolle di sapone. Ne ha fatta una enorme

 e vi è entrato dentro trasformandosi in un gabbiano. 

Planando ci salutava con l’ultimo spruzzo di bollicine a forma

di stelline. Fatina mia sono stanca!» disse Caterina.

«Riposa e non curarti d’altro» rispose Tracy.

 Da quel giorno passò dell’altro tempo, corto e ama-

ro. In quella casa regnava la disperazione per la figlia ma-

lata. Così Giuseppe prese una decisione e spiegò alla moglie:

«Vado nel bosco a trovare Tosemen, il nostro amico gnomo».

Salì in groppa all’asino e si diresse verso il bosco di Napitia.

«Esci fuori dalla tana, Tosemen!!! Devo parlarti». Lo gnomo

con le mani sporche e indaffarato a fare miscele disse:

 «Ehilà! È da molto che non vieni a spaccare legna!»

«Ho bisogno del tuo aiuto. Dammi una tua pozione magica per

 Caterina. Ti prego, non deve morire» Tosemen ascoltava con

 interesse. Si grattò a lungo la folta barba mentre riflette-

va. «Di che cosa si tratta?» chiese. Giuseppe gli raccontò

 tutto. Dopo una lunga pausa affermò: «Ecco! Questa è la pozio-

ne del fungo. Vedrai, la nostra piccola dormirà e riacquiste-

rà le forze». Tosemen guardava Giuseppe allontanarsi dal bosco

e pronunziò la formula magica: «Ch’ella diventi debolissima e

 così sia!» Poi osservandolo ancora si abbandonò ai suoi pen-

 sieri malvagi. Da molto tempo meditava sulla necessità di

 sottoporsi al solito rituale magico con il fungo del sonno.

Esso attirava poca energia vitale alle tante sue prede favoren-

dogli la gioventù. Questa volta la sua preda facile fu la po-

vera Caterina. In breve tempo, Giuseppe giunse a casa.

 Immediatamente Caterina bevve la miscela e si ad-

dormentò. Sognò Giovanni, il suo compagno di scuola.

«Cucù! Come ti va?» domandò Giovanni strizzando l’occhio.

«Chiedimi qualche altra cosa» rispose Caterina e proseguì

«Ma io che cosa ho?» «La talassemia» «Ah! Ma tu ce l’hai

la talassatua?» «Ognuno ha la talassasua».«AAAH! Guarda

anche io sono malato» disse spalancando la bocca e aggiunse:

«Vedi come è rossa? Io nella bocca ho l’Africa» disse Giovanni

 «Ma tu sai che cosa è l’Africa?» «È un pezzo di terra grande,

 dove vivono tante persone» .«E allora come entrano tutti nella

 tua bocca? La maestra ha detto che sono tanti animaletti e sai

come si chiama?» «No!» «Si chiama Afta. Non è una parola

buffa?» «Come fai a conoscerla?» «Facile! L’ha spiegato la

maestra». Giovanni fece spallucce. «Ma io non me lo ricordo».

«Certo! Dormivi con la testa sul banco». «Come posso guarire?»

«Tieni questo tubetto di crema. Spalmalo nella bocca. È uno 

scudiero forte. Vedrai il dolore passera in fretta».

 «Ma senti un po’dove hai imparato la parola “talassemia”?»

« Un giorno dormivi nel tuo letto. Sono entrato e ho visto il

 dottore. Parlava con tua mamma. È molto peggiorata, ha la

 talassemia. Io avevo capito portarsela via. E pensai ma dove?»

 A questo punto Giovanni per rallegrarla fece i suoi soliti versi

 di animali e inventava parole strane: « Se non ti muovi ti sasso

 un tiro in testa. Ho dimenticato le case dentro le chiavi»

 «Ah ah ah!» ridevano a crepapelle. Prima di salutarla la

 incoraggiò :«Non ti arrendere mi raccomando!

 Dopo le vacanze dobbiamo ridere ancora». La mattina 

seguente Caterina era più deperita ,le girava la testa come 

se fosse ubriaca e disse ai genitori:

«Sono stanca, davvero… ». Intervenne Tracy e le disse:

«Vedrai si risolverà tutto per il meglio!» «Stanotte nel sogno

Giovanni mi ha spiegato che ho la talassemia. È vero?» «Si!»

«Allora non ho sognato quando ho sentito la voce del dot-

tore?» «No!» «Combatterò questa talassa. Malattia vai via!»

asserì Caterina decisa a lottare. «Sei pronta per il lungo

viaggio?» chiese Tracy. «Si!» rispose Caterina sorpresa

 di scoprire che il dolore era affievolito. La Fata con la penna

magica disegnò una carrozza. «Voliamo, cari amici?» domandò

 il cocchiere. Caterina non credeva ai propri occhi… «Wow!

Che bello!» Dopo un attimo di stupore… «Questo è il Regno

delle Fate?» «Si!» replicò Tracy. «Guarda! Il palazzo Reale è

poggiato su tante nuvole verdi!» affermò Caterina estasiata. 

«Si! Ora andiamo alla corte della  Regina Madre.»

«Maestà. Ecco Caterina» disse Tracy. «Regina Madre!» esclamò

Caterina chinando la testa con riverenza. «Ti stavo aspettando.

So cosa vuoi ma te lo devi guadagnare». «Ovviamente, ma in

che modo?» «Devi andare nella Grotta Azzurra a prendere il

mio anello magico sconfiggendo il drago». «Però dopo mi dare-

te una ricompensa?» «Si!» Subito Caterina e Tracy

raggiunsero la grotta. All’ingresso c’erano delle guardie.

«Ci sono due intruse, signore!» «Fatele entrare!»

«Agli ordini!» Era giunto il momento di affrontare il drago.

 La Fata disegnò uno specchio. Dentro si riflettevano arcoba-

leni, fiori, prati e cascate che si tuffavano dalla montagna al

mare sottostante. L’acqua era trasparente. Caterina era immersa

in un luogo fantastico. L’amore e il coraggio si svegliarono.

Era pronta a superare gli ostacoli. All’improvviso l’acqua si

trasformò in piccole gocce di cristallo e caddero nelle mani di

Caterina. «Fatina mia, guarda ho l’anello della Regina!» Nello

stesso tempo il drago si trasformò in un bel principe e disse:

«Ti ringrazio Caterina. Il tuo amore mi ha svegliato dalle

 tenebre». «Sono contenta per te. D’ora in poi sarai felice».

Così il principe narrò la sua triste storia: «In un tempo

passato e in un’epoca antica, ero un principe generoso e

regnavo con saggezza, tuttavia una strega invidiosa mise

in atto la sua vendetta: mi trasformò in un drago dal cuore

di ghiaccio. Ora so che non era l’anello magico a salvarmi.

Fortunatamente la chiave del tuo cuore mi ha ridato la vita».

Tracy e Caterina s’incamminarono verso il palazzo Reale.

Di tanto in tanto giravano il capo a guardare il principe

che si dirigeva verso il suo regno. Giunte al palazzo 

Reale la regina Madre ringraziò Caterina dicendo:

«Ottimo lavoro! Complimenti! Adesso è giusto dare la ricom-

pensa. Per premiare il tuo coraggio, voglio offrirti queste

stampelle» . «E queste aste cosa sono Maestà? Non le voglio!»

«Aste a noi?» «Io mi chiamo Nino», dichiarò la stampella

 destra. «Io mi chiamo Nina», si presentò la stampella sinistra.

«Maaa… voi parlate?» «Si! Perché tu non parli?» «Io parlo

ma non cammino» «E neanche noi. Bè, cominciamo bene!»

pronunciarono in coro e aggiunsero: «Noi dobbiamo stare con te

per sempre» «Sento di non farcela» «Almeno provaci».

E fu così che insieme provarono a camminare.

«Stiamo prendendo il sonno. Vai piano!» affermarono

 le stampelle. «E non ridete di me!» esclamò Caterina infuriata.

Intervenne Tracy e disse: «È ora di rientrare a casa. È la

 vigilia di Natale». Sempre intorpidita, Caterina muoveva

 passi lenti. «Oh! mamma!» «Ma è già tantissimo, figlia mia».

 In quella casa finalmente aleggiava un po’ di tranquillità.

 A un tratto entrò nella camera della bambina il buon vecchio

 dalla barba bianca dichiarando: «Quest’anno la mia slitta è

 più pesante del solito» «Cosa porti?» chiese Caterina.

 «Porto Amore, Pace e Speranza. Però c’è un dono che non 

spetta a me» sostenne l’anziano canuto.

 Caterina guardò Tracy speranzosa, mentre la

mamma piangeva. In quel mentre entrò Giuseppe. Prese sotto

braccio la moglie e andarono in cucina vicino al presepe.

Tracy e Caterina li seguirono. Caterina sentì la voce del

 papà: «Nella piccola notte magica dell’anno vuoi recitare

la tua poesia?» «Si! Con piacere. “Udii tra il sonno le

 ciaramelle, ho udito un suono di ninne nanne… Non me la ri-

cordo» disse la piccola. «CLAPSS!» Un applauso festoso 

scrosciò. Subito dopo, secondo la tradizione natalizia, la

famiglia si riunì a tavola per la cena. In seguito si strinsero

davanti al camino. Era gradevole sentire sulla pelle il

calore della fiamma. Nella stanza c’era un suggestivo profumo

di buccia di mandarino e tutti gustavano biscotti e dol-

cetti natalizi. Un po’ prima della mezzanotte, Caterina ormai un

po’ stanca si accoccolò sulle ginocchia della mamma.

Udì una voce soave. «Ma non è la voce della mia mamma!»-

pensò- E allora chi è?» Si svegliò e non vide 

nessuno. «SMACK!» qualcuno la baciò. Immancabilmente 

prima di andare a dormire si recitava tutti insieme la

 preghiera. «Gesù prenditi cura di me e tienimi stretta fino

a domani». 

Era il  giorno di Natale. Al risveglio, Caterina disse

alla mamma: «Ho sognato di essere guarita». E a quel 

punto saltò dal letto con le sue gambe gridando: «ALLELUIA!

ALLELUIA! È troppo bello per poterci credere!»

«Rallegrati, figlia mia! L’amore di Gesù Bambino ti ha guarito».

Caterina volse lo sguardo verso Tracy, che era sempre con lei.

«È giunto il momento di salutarci» disse la Fata. Uscì dalla

finestra svolazzante. Salutava briosa con: «BUON NATALE!

BUON NATALE! » Caterina rispose al saluto con un’ espressione

 inglese imparata tra le tante a scuola: «MERRY CHRISTMAS! ».