dammi la serenità – Reinhold Niebuhr

O Dio,
dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare;
il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare;
la saggezza per distinguer le une dalle altre.
Concedimi di
vivere un giorno alla volta,
assaporare un momento per volta,
accettare le prove come un sentiero verso la pace;
prendere, come Egli ha fatto,
questo mondo di peccato così come è, e non come io lo vorrei;
credere che Egli opererà tutto bene
se io mi arrenderò alla Sua volontà.
Fa’ che io possa essere abbastanza felice in questa vita
e sommamente felice in quella eterna, con Lui per sempre. Amen.

(Reinhold Niebuhr)

Voglia di libertà – Bertoli

Vorrei poter suonare ancora un po’
E poi seguirti fino in capo al mondo
Mi vestirei di stracci come so
E sarei pronto a fare il vagabondo e a raccontare a tutti il mio passato
Che è un campionario di mediocrità
Ad accettare tutto mi è costato
Ed ho perso te che amo libertà
Per te io vincerei questa paura di uscire nudo e stanco dalle mura
Di questo mondo piccolo e banale
Dove regna chi bara e chi non vale
Mi specchierei ma senza ipocrisia
Nell’acqua dove affonda la bugia
E laverei dal cuore la vergogna
Dei compromessi fatti in questa fogna
Mi vedi un po’ indeciso ma che importa
Mi basterà varcare quella porta
E un mondo nuovo si aprirà davanti incerto ma pulito dagli inganni
E non avrò nessuno a cui badare, nessuno che mi chiamerà papà
Non una donna da dovere amare
Ma un solo amore la mia libertà
Però dovrei buttare la paura di uscire nudo e stanco dalle mura
Di questo mondo piccolo e banale dove regna chi bara e chi non vale
Specchiarmi e farlo senza ipocrisia nell’acqua dove affonda la bugia
Lavare dal mio cuore la vergogna
Dei compromessi fatti in questa fogna
È facile parlare ma il coraggio se non l’hai dentro non lo puoi trovare
Non è come un pezzetto di formaggio che quando hai voglia te lo puoi comprare
Se libertà vuol dire rinunciare a tutto ciò che offre la realtà
Allora cara amica mi dispiace, mi spiace tanto ma io rimango qua a sopportare ancora la paura
Di vivere ogni giorno tra le mura di questo mondo piccolo e banale
Dove regna chi bara e chi non vale
A volte servirà l’ipocrisia, a volte qualche piccola bugia
Ma non si sta poi tanto male in questa fogna
Se sai nascondere bene la vergogna.

Ridere spesso… – Ralph Waldo Emerson

Ridere spesso e di gusto;

ottenere il rispetto di persone intelligenti e l’affetto dei bambini;

prestare orecchio alle lodi di critici sinceri e sopportare i tradimenti di falsi amici;

apprezzare la bellezza; scorgere negli altri gli aspetti positivi;

lasciare il mondo un pochino migliore, si tratti di un bambino guarito, di un’aiuola o del riscatto di una condizione sociale;

sapere che anche una sola esistenza è stata più lieta per il fatto che tu sei esistito.

Ecco, questo è avere successo.

Ralph Waldo Emerson

Non disprezzare- Stefano Benni

  Non disprezzare il poco, il meno, il non abbastanza
L’umile, il non visto, il fioco, il silenzioso
Perché quando saranno passati amori e battaglie
Nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza

Non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara
Ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota
Il poco, il meno il non abbastanza

da Taccuino d’Amore – Wislawa Szimborska

“Un amore felice. E’ normale?
è serio? E’ utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri che non vedono il mondo?

Innalzati l’uno vero l’altro senza alcun merito (…)

Guardate i due felici:
se almeno dissumulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto! (…)
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano –
sembra un complotto alle spalle dell’umanità!

E’ difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come di uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
càpita, in fondo, di rado.

Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

Dolce mistero – F. Mannoia –

Dolce mistero
riscoprire un silenzio da fotografia
la luna in cielo e’ mia
si alza il respiro
e il mio ossigeno e cuore e’ quanto basta
perche’ sincero sia
ebrezza che
mi trascina via
come un aliante
sento che anche il buio e’ piu’ distante
con un gesto hai cancellato
tutto il freddo che c’e’ stato

sara’ una favola
sara’ piu’ dolce che mai
sara’ una musica
saranno gli occhi che hai
sara’ l’america con qualche stella di piu’
in fondo all’anima sarai per sempre
sempre tu

dolce mistero
che in un brivido scoglie le incertezze mie
gli errori le bugie
dimmi che e’ vero
che domani ci sei che non ti perdo mai
dimmi che e’ vero dai
chissa’ cos’e’
questa sensazione travolgente
sento che
sei la cosa piu’ importante
dietro l’ombra di un sorriso
c’era tutto il paradiso

sara’ una favola
sara’ piu’ dolce che mai
sara’ una musica
saranno gli occhi che hai
sara’ l’america con qualche stella di piu’
in fondo all’anima sarai per sempre
sempre tu

Chissà Se Lo Sai? – Dalla – Cellamare

Ti ho guardato e per il momento
non esistono due occhi come i tuoi
cosi’ neri, cosi’ soli che
se mi guardi ancora e non li muovi
diventan belli anche i miei
e si capisce da come ridi che
fai finta e che non capisci, non vuoi guai
ma ti giuro che per quella bocca che
che quando ti guardo diventa rossa
morirei.
chissa’ se lo sai?
chissa’ se lo sai?
forse tu non lo sai
no, tu non lo sai.
cosi’ parliamo delle distanze, del cielo,
e di dove va a dormire la luna quando esce il sole
chissa’ come era la terra prima che ci fosse l’amore
e sotto quale stella, tra mille anni, se ci sara’ una stella ci si potra’ abbracciare?
e poi la notte col suo silenzio regolare
quel silenzio che a volte sembra la morte
mi da il coraggio di parlare
e di dirti tranquillamente,
di dirtelo finalmente
che ti amo
e che di amarti non smettero’ mai.
cosi’ adesso lo sai, cosi’ adesso lo sai.

E’ come una marea – Pablo Neruda

E’ come una marea, quando lei fissa su me
i suoi occhi neri,

quando sento il suo corpo di creta bianca e mobile
tendersi a palpitare presso il mio,
è come una marea, quando lei è al mio fianco.

Disteso davanti ai mari del Sud ho visto
arrotolarsi le acque ed espandersi
incontenibilmente
fatalmente

nelle mattine e nei tramonti.

Acqua delle risacche sulle vecchie orme,
sulle vecchie tracce, sulle vecchie cose,
acqua delle risacche che dalle stelle
s’apre come una rosa immensa,
acqua che va avanzando sulle spiagge come
una mano ardita sotto una veste,
acqua che s’inoltra in mezzo alle scogliere,
acqua che s’infrange sulle rocce,
e come gli assassini silenziosa,
acqua implacabile come i vendicatori
acqua delle notti sinistre
sotto i moli come una vena spezzata,
o come il cuore del mare
in una irradiazione tremante e mostruosa.

E’ qualcosa che dentro mi trasporta e mi cresce
immensamente vicino, quando lei è al mio fianco,
è come una marea che s’infrange nei suoi occhi
e che bacia la sua bocca, i suoi seni, le mani.

Tenerezza di dolore e dolore d’impossibile,
ala dei terribili
che si muove nella notte della mia carne e della sua
come un’acuminata forza di frecce nel cielo.

Qualcosa d’immensa fuga,
che non se ne va, che graffia dentro,
qualcosa che nelle parole scava pozzi tremendi,
qualcosa che, contro tutto s’infrange, contro tutto,
come i prigionieri contro le celle!

Lei, scolpita nel cuore della notte,
dall’inquietudine dei miei occhi allucinati:
lei, incisa nei legni del bosco
dai coltelli delle mie mani,
lei, il suo piacere unito al mio,
lei, gli occhi suoi neri,
lei, il suo cuore, farfalla insanguinata
che con le due antenne d’istinto m’ha toccato!

Non sta in questo stretto altopiano della mia vita!
E’ come un vento scatenato!

Se le mie parole trapassano appena come aghi
dovrebbero straziare come spade o come aratri!

E’ come una marea che mi trascina e mi piega,
è come una marea, quando lei è al mio fianco!

Vorrei Incontrarti Fra Cent’anni – Ron

 

Vorrei incontrarti fra cent’anni
tu pensa al mondo fra cent’anni
ritrovero’ i tuoi occhi neri
tra milioni di occhi neri
saran belli piu’ di ieri.
Vorrei incontrarti fra cent’anni
rosa rossa tra le mie mani
dolce profumo nelle notti
abbracciata al mio cuscino
staro’ sveglio per guardarti
nella luce del mattino.
Oh! Questo amore!
Piu’ ci consuma piu’ ci avvicina.
Oh! Questo amore!
E’ un faro che brilla..
Vorrei incontrarti fra cent’anni
combattero’ dalla tua parte
perche’ tale e’ il mio amore
che per il tuo bene
sopporterei ogni male
Vorrei incontrarti fra cent’anni
come un gabbiano volero’
saro’ felice come il vento
perche’ amo e sono amato
da te che non puoi cancellarmi
e cancellarti non posso.
Io voglio amarti voglio averti
dirti quel che sento
abbandonare la mia anima
chiusa dentro nel tuo petto
Chiudi gli occhi dolcemente
e non ti preoccupare
entra nel mio cuore
e lasciati andare
Oh! questo amore
Piu’ ci consuma piu’ ci avvicina.
Oh! Questo amore!
E’ un faro che brilla
in mezzo alla tempesta
Oh! Questo amore!
in mezzo alla tempesta
senza aver paura
Vorrei incontrarti fra cent’anni
tu pensa al mondo fra cent’anni
ritrovero’ i tuoi occhi neri
tra milioni di occhi neri
saran belli più di ieri.
saran belli più di ieri.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – Cesare Pavese

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

La lontananza – Modugno – Bonaccorti

Mi ricordo che il nostro discorso
fu interrotto da una sirena
che correva lontana chissà dove
io ebbi paura come sempre
quando sento questo suono
penso a qualcosa di grave
e non mi rendevo conto che per me e per te
non poteva accadere nulla di più grave
del nostro lasciarci
allora come ora

Ci guardavamo
avremmo voluto rimanere abbracciati invece
con un sorriso ti ho accompagnata per la solita strada
ti ho baciata come sempre e ti ho detto dolcemente
la lontananza sai è come il vento
spegne i fuochi piccoli
accende quelli grandi

La lontananza sai è come il vento
che fa dimenticare chi non s’ama
è già passato un anno ed è un incendio
che mi brucia l’anima
io che credevo di essere il più forte
mi sono illuso di dimenticare
e invece sono qui a ricordare
a ricordare te

La lontananza sai è come il vento
che fa dimenticare chi non s’ama
è già passato un anno ed è un incendio
che brucia l’anima
adesso che è passato tanto tempo
darei la vita per averti accanto
per rivederti almeno un solo istante
per dirti perdonami
non ho capito niente del tuo bene
ed ho gettato via inutilmente
l’unica cosa vera della mia vita
l’amore tuo per me

ciao amore
ciao non piangere
vedrai che tornerò
te lo prometto ritornerò
te lo giuro amore ritornerò
perché ti amo
ti amo
ritornerò
ciao amore
ciao
ti amo

‘A livella – Antonio de Curtis – (Totò)

Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza

per i defunti andare al Cimitero.

Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza;

ognuno adda tené chistu penziero.

Guarda Totò che recita la sua poesia qui

https://napoli.in/a-livella/

Ogn’anno puntualmente, in questo giorno,

di questa triste e mesta ricorrenza,

anch’io ci vado, e con i fiori adorno

il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza

St’anno m’è capitata ‘n’avventura…

dopo di aver compiuto il triste omaggio

(Madonna), si ce penzo, che paura!

ma po’ facette un’anema ‘e curaggio.

‘O fatto è chisto, statemi a sentire:

s’avvicinava ll’ora d’ ‘a chiusura:

io, tomo tomo, stavo per uscire

buttando un occhio a qualche sepoltura.

“QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE

SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO

ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE

MORTO L’11 MAGGIO DEL ’31.”

‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…

… sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;

tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:

cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore

nce steva n’ata tomba piccerella

abbandunata, senza manco un fiore;

pe’ segno, solamente ‘na crucella.

E ncoppa ‘a croce appena si liggeva:

“ESPOSITO GENNARO NETTURBINO”.

Guardannola, che ppena me faceva

stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! ‘Ncapo a me penzavo…

chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!

Stu povero maronna s’aspettava

ca pure all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,

s’era ggià fatta quase mezanotte,

e i’ rummanette ‘chiuso priggiuniero,

muorto ‘e paura… nnanze ‘e cannelotte.

Tutto a ‘nu tratto, che veco ‘a luntano?

Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…

Penzaje; stu fatto a me mme pare strano…

Stongo scetato … dormo, o è fantasia?

Ate che’ fantasia; era ‘o Marchese:

c’ ‘o tubbo, ‘a caramella e c’ ‘o pastrano;

chill’ato appriesso’ a isso un brutto arnese:

tutto fetente e cu ‘na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…

‘o muorto puveriello… ‘o scupatore.

‘Int’ a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:

so’ muorte e se retireno a chest’ora?

Putevano stà ‘a me quase ‘nu palmo,

quando ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,

s’avota e, tomo tomo… calmo calmo,

dicette a don Gennaro: “Giovanotto!

Da voi vorrei saper, vile carogna,

con quale ardire e come avete osato

di farvi seppellir, per mia vergogna,

accanto a me che sono un blasonato?!

La casta e casta e va, si, rispettata,

ma voi perdeste il senso e la misura;

la vostra salma andava, si, inumata;

ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso

la vostra vicinanza puzzolente.

Fa d’uopo, quindi, che cerchiate un fosso

tra i vostri pari, tra la vostra gente”.

“Signor Marchese, nun è colpa mia,

i’ nun v’avesse fatto chistu tuorto;

mia moglie b stata a ffa’ sta fessaria,

i’ che putevo fa’ si ero muorto’?

Si fosse vivo ve farrie cuntento,

pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse,

e proprio mo, obbj’… ‘nd’a stu mumento

mme ne trasesse dinto a n’ata fossa.”

“E cosa aspetti, oh turpe macreato,

che 1’ira mia raggiunga 1’eccedenza?

Se io non fossi stato un titolato

avrei gih dato piglio alla violenza!”

“Famne vedé… piglia sta violenza…

‘A verità, Marché’, mme so’ scucciato

‘e te senti; e si perdo ‘a pacienza,

mme scordo ca so’ muorto e so’ mazzate!…

Ma chi te cride d’essere… nu ddio?

Ccà dinto, ‘o vvuò capì, ca simmo eguale?…

… Morto si’ tu e muorto so’ pur’io;

ognuno comme a ‘n’ato è tale e qquale.”

“Lurido porco!… Come ti permetti

paragonarti a me ch’ebbi natali

illustri, nobilissimi e perfetti,

da fare invidia a Principi Reali?”

“Tu qua’ Natale … Pasca e Ppifania!!

f T’ ‘o vvuo’ mettere ‘ncapo… ‘int’ ‘a cervella

che staje malato ancora ‘e fantasia?…

‘A morte ‘o ssaje ched’e”…. e una livella.

‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,

trasenno stu canciello ha fatt’ ‘o punto

c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme

tu nun t’he fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti… nun fa’ ‘o restivo,

suppuorteme vicino – che te ‘mporta?

Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:

nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”

Grazie alla Sciura Pina