Il cammino ed il senso della vita

“Il cammino è il luogo di un’etica elementare ad altezza d’uomo.
Uomini e donne si incontrano e in un attimo si riconoscono gli
uni con gli altri nella loro essenzialità, si salutano, si scambiano
un sorriso, un’osservazione, si danno notizie sul sentiero o sulla
loro destinazione, rispondono alle richieste di informazioni di chi
si è smarrito. Il cammino è un universo della reciprocità. A
volte l’incontro abbozzato qualche ora prima prosegue nell’ostello
o al bar. Prendere le strade traverse equivale a lasciarsi alle
spalle un mondo fatto di competizione, di disprezzo, di disimpegno, di velocità, di comunicazione, a favore di un mondo dell’amicizia, della parola, della solidarietà. Un ritorno alle origini
di una comune umanità in cui l’altro non è più un avversario ma
un uomo o una donna con cui ci si sente solidali. Camminare,
metodo tranquillo per restituire incanto al tempo e allo spazio
dell’esistenza, richiede di uscire di casa e abbandonare la strada
battuta dove talvolta si disperde il gusto di vivere. Significa
percorrere strade o sentieri, andare su e giù per boschi o montagne, inerpicarsi sulle colline per avere il piacere di ridiscenderle, sempre restando ad altezza d’uomo, affidandosi esclusivamente alle proprie risorse fisiche, immersi nella percezione continua di sé e del mondo. Camminare, che appare anacronistico nel mondo contemporaneo che privilegia la velocità, l’utilità, il rendimento, l’efficienza, è un atto di resistenza che favorisce la lentezza, la disponibilità, la conversazione, il silenzio, la curiosità, l’amicizia, l’inutilità e molti altri valori risolutamente
opposti rispetto alle sensibilità neoliberali che condizionano
ormai le nostre vite.” (da “Camminare. Elogio dei sentieri e della lentezza” di David Le Breton, Edizioni dei Cammini, 2015)

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Il nazismo e l’obbedienza

PILLOLO 1572, 2014, agosto

I principali processi nei quali furono sottoposti a giudizio i nazisti e gli ufficiali

delle SS furono tre: quello di Norimberga dove si trattò di un processo militare, quello di Gerusalemme del 1961 dove per la prima volta furono ascoltati

anche coloro che si erano salvati dai lager nazisti e quello di Francoforte del 1965 quando per la prima volta un tribunale tedesco giudicò altri tedeschi.

In tutti questi processi gli imputati furono sottoposti a visite psichiatriche

per verificare se erano capaci d’intendere e di volere ma nessuno fu dichiarato pazzo.

La linea di difesa portata avanti sia a Norimberga che a Gerusalemme e a Francoforte

fu sempre la stessa e cioè che avevano solo obbedito a degli ordini superiori

ai quali non potevano disobbedire in ragione del loro giuramento militare.

E quando i giudici insistettero chiedendo se avevano condiviso questi ordini,

regolarmente gli imputati risposero che loro erano stati educati

a non mettere in discussione gli ordini dei superiori, specialmente

quando era chiaro che provenivano da Hitler. Come poteva essere interpretato

tutto ciò ?

A questo proposito condivido l’interpretazione che dette Wiesenthal,

un ingegnere e scrittore ebreo il quale dedicò tutta la sua vita a rintracciare

i nazisti che erano riusciti a fuggire dall’Europa ed a rifugiarsi,

sotto mentite spoglie, in qualche parte del mondo.

Ogni volta che un ufficiale delle SS aveva lasciato la sua divisa,

aveva lasciato anche la sua coscienza, tanto è vero su i circa tremila nazisti

che era riuscito a rintracciare solo tre dichiararono di essersi pentiti

e di sentirsi in colpa per quello che avevano fatto.

Insomma, secondo Wiesenthal, gli ufficiali delle SS seguivano una loro etica

ed una loro idea di bene e di male, nel senso che credevano nel fatto

che la rivoluzione nazista avrebbe migliorato il mondo e che gli ebrei

rappresentavano solo un piccolo intralcio nella realizzazione di questo bene.

Dunque per lui il vero problema era risieduto nei principi etici e filosofici

in cui furono formati i tedeschi e che essi condivisero.

C’è stato anche un altro prete cattolico, un certo don Milani, il quale scrisse

che l’obbedienza non è una virtù a cui uno come me, maturato nella cultura del ’68,

può aggiungere che neppure la disobbedienza fine a sé stessa è una virtù.

BLAISE2004

Riflessioni su testa e cuore

“La testa non è in grado di comunicare. L’unica cosa che può fare è sezionare, analizzare, frammentare la realtà. Il cuore sintetizza, collega, riunisce, fonde ciò che vede. L’uomo che guarda attraverso il suo cuore vede il mondo come un tutto organico indivisibile. Per la testa, al contrario, il mondo è una moltitudine di atomi. La sola cosa che il cuore può vedere è ciò che si chiama Dio, il divino.”
Osho

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Ad 11 anni dona gli organi dando senso alla nostra vita

 

Liang Yaoyi è il nome che nessuno di noi dovrà dimenticare. Un bambino cinese di 11 anni che ha visto il suo sogno di diventare medico spezzato da un tumore al cervello, ha dato una lezione alla Cina ed al mondo intero donando i propri organi.

Questo bambino ha sorpreso anche i genitori che, all’inizio, non si sono mostrati felici per questa sua decisione di “continuare a vivere in un modo diverso”.

Il suo gesto ha salvato altre vite umane. Ed i medici, e la Cina gli ha tributato l’inchino d’onore.

Se c’è un motivo per essere ancora orgogliosi di appartenere alla razza umana è per persone come Liang.

Il senso della vita ruota continuamente attorno al punto della sua trasformazione in qualcosa di altro.

Se puoi, condividi questo gesto di grandissima umanità in una Italia dove la cultura mafiosa purtroppo vive anche all’interno della politica nazionale e dove gli insegnanti e molti genitori hanno abbandonato il loro ruolo di educatori civili.

 

 

SIEDERÒ SULLA RIVA

La rabbia è il fango dei nostri pensieri.

lamentementecostantemente

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Un giorno Buddha stava attraversando una foresta.
Era assetato, per cui disse ad Ananda, il suo primo discepolo: “Ananda, torna indietro. A qualche miglio da qui abbiamo attraversato un torrente. Portami un po’ d’acqua”. Ananda tornò indietro, ma quando raggiunse il torrente vide che alcuni carri che l’avevano attraversato ne avevano agitate le acque che erano ormai diventate fangose.
Ritornò da Buddha a mani vuote…
Ma Buddha insistette, e gli ripeté: “Torna indietro e portami dell’acqua da quel torrente”.
Ananda non comprendeva quell’insistenza, ma ritornò al torrente.
E mentre si stava incamminando, Buddha gli disse: “E non tornare, se l’acqua è ancora sporca. Se è sporca, siediti semplicemente sulla riva, in silenzio. Non fare nulla, non entrare nel torrente. Siedi sulla riva in silenzio e osserva”.
Ananda tornò al torrente.
Buddha aveva ragione. L’acqua era ora quasi limpida, le foglie erano ridiscese sul fondo e il fango si era sedimentato…

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