Internet non è libera e lo sarà sempre meno. A meno che…

… gli utenti di internet non si rendono conto che la loro libertà è viziata da un sistema che cerca di governare le informazioni che arrivano alla popolazione.

Questo è il documento ufficiale del progetto Winston Smith che tutti dovrebbero leggere per capire che occorre votare politici che scrivano leggi a favore della libertà di parola e non politici che con la scusa delle “fake news” mirano al controllo delle informazioni su cui la gente prende decisioni.

Documento integrale

 

Introduzione

Credo che questo documento sia di gran lunga il più difficile di tutto il Progetto, e chiedo la comprensione del lettore per le inevitabili pecche che conterrà in termini di cose dette e cose non dette, di terminologia e di ideologia.

La mail list del Progetto sarà perciò il posto giusto dove esprimere critiche, dare consigli, fare richieste di informazioni o chiarimenti.

 

 

Perché la privacy, perché l’anonimità …

… se non hai niente da nascondere ?

Cominciamo a dire che rovesciare i termini del problema è un modo quantomeno singolare di affrontare la questione.

Partiamo invece da principi fondamentali, postulati che non necessitano di dimostrazione, giustificazione od approvazione.

“La privacy è un diritto fondamentale ed inalienabile dell’individuo, esattamente come libertà di parola e di pensiero.”

Non si tratta di idee originali od estremistiche; due secoli fa questi principi erano già scolpiti nel pensiero illuministico, e sono stati ben recepiti in quello splendido (ed individualistico) sogno che è la Costituzione degli Stati Uniti, ed in misura minore, ma comunque fondamentale, nella Costituzione Italiana.

È facile anche spiegare perché i due principi sono strettamente interconnessi e si pongono in contrasto con la pervasività dei poteri “forti”, economici, politici e religiosi.

La libertà di parola richiede, in generale la possibilità di anonimato poiché espone l’individuo a forme di pressione che non possono essere equilibrate in maniera formalizzata; d’altra parte forme limitate di “pubblico anonimato” sono ricorrenti nella storia, dai Greci a Pasquino, e dimostrano l’esistenza di questa esigenza fondamentale.

La privacy, cioè la possibilità di limitare l’accesso alle proprie idee, alle proprie informazioni, è l’altra faccia della medaglia; la libertà di decidere cosa esternare implica la possibilità di mantenere riservate o segrete alcune informazioni, a sola discrezione degli individui.

La libertà individuale è la forza equilibratrice di tutti i poteri sovra-individuali; in assenza di essa questi poteri tendono, storicamente ed inevitabilmente ad occupare tutta la sfera del sociale, riducendo od annullando le libertà individuali.

Perché ci sia equilibrio, mediazione, perché possa esistere un contratto sociale ci deve essere una spinta equilibratrice a questa invadenza, che non può che venire dagli individui.

Non devono quindi essere gli individui a giustificare una richiesta di privacy e di anonimato, come non devono giustificare altre richieste di libertà ed autodeterminazione; al contrario sono i poteri forti che, in regimi che si dicono democratici e libertari, devono avere il consenso dei singoli per ottenere anche piccole e brevi eccezioni a questi principi generali.

 

 

E perché l’esigenza di “nascondersi” in Internet ?

Perché Internet, che rappresenta un potere enorme per l’individuo in termini di possibilità di informarsi ed informare, mette un potere ancora più grande nelle mani di chi voglia spiare, controllare, censurare e reprimere.

Ciascuno di noi, quando pubblica pagine web, scrive mail, chatta o semplicemente naviga tra i siti web, diffonde intorno a sé una quantità incredibile di informazioni, fatte di file di log, controllo di accessi, messaggi su mail list e su news, ma anche (purtroppo) intercettazioni, selezioni ed archiviazioni permanenti del traffico di rete.

Il fatto che ogni individuo che si muove in internet, come del resto in qualunque altra parte della società dell’informazione, produca e diffonda dati personali attorno a sé ha ispirato la creazione di un nuovo temine informatico,

 

 

Infosmog

L’infosmog descrive apponto la “nuvola” di dati personali che l’individuo produce e diffonde, quasi sempre in maniera inconsapevole, attorno a sé. L’analogia però finisce qui; non si tratta infatti di inquinamento; chi produce infosmog produce e cede informazioni personali, che sono ricercate ed ambite da una quantità di organizzazioni ed individui, che ne fanno una preziosa merce di scambio e di arricchimento, spesso a danno dell’individuo.

Prendiamo ad esempio le carte fedeltà, comunissime in tutti i supermercati, ed analizziamone le conseguenze.

La percezione e la giustificazione formale di queste carte è che l’utente viene fidelizzato all’ente che emette la carta, e riceve in cambio sconti e/o un migliore servizio, personalizzato sulle esigenze individuali; questo è senz’altro vero, ma si tratta solo di una faccia della medaglia.

Pochi si soffermano a pensare che utilizzare una carta fedeltà vuol dire informare un ente delle proprie dettagliate abitudini; che cosa mangiamo, cosa leggiamo, quanto beviamo, quanti preservativi compriamo (o non compriamo) e quando, quali farmaci (e quindi quali sono i problemi di salute) e così via.

Ancora meno persone si rendono conto che questi dati vengono acquisiti direttamente in forma digitale, e possono essere trattati, elaborati, sommati, incrociati con altri dati, e permettere così di scoprire, in maniera automatica, economica ed incontrollabile particolari incredibili sulle nostre vite.

Negli Stati Uniti sono già stati documentati casi di persone ammalate (e guarite) di un tumore che non sono più riuscite ad avere mutui da banche, o a trovare lavoro perché ospedali e case farmaceutiche avevano venduto i loro dati personali, che erano serviti a banche, assicurazioni ed agenzie di informazioni, per costruire database di persone “a rischio” che non rappresentavano buoni affari.

Possiamo quindi affermare, senza possibilità di smentita che

 

I dati personali, questi mi-sconosciuti

sono frequentemente un pericolo per gli individui, ed un utile strumento, ed anche una lucrosa merce di scambio, per le organizzazioni.

Una ulteriore dimensione del problema, che sfugge ad un’analisi superficiale come quella che abbiamo esposto, è quella della durata e della diffusione dei dati.

I dati digitali, contrariamente a quelli cartacei nei faldoni e nei fascicoli conservati dalle anagrafi, dai dottori, dalle assicurazioni, dai Carabinieri, dalle circoscrizioni elettorali, dagli investigatori privati e dalla portinaia (che non usa carta ma ha una memoria lunga) sono naturalmente eterni, liberamente ed economicamente duplicabili ed elaborabili in qualsiasi momento e per qualsiasi scopo.

I principi di riservatezza che la legge 675/96 (la famosa Legge sulla Privacy) pone a tutela dell’individuo (possibilità di richiedere la correzione o la distruzione dei dati personali archiviati) sono praticamente inapplicabili in situazioni reali in cui i dati sono stati copiati, trasmessi, elaborati e venduti in un numero ignoto di copie e di archivi.

Almeno, in Italia ed in buona parte dell’Europa vige il principio generale che i dati individuali sono e rimangono sempre di proprietà dell’individuo, che ha quantomeno la possibilità teorica di far valere questi suoi diritti in un’improbabile causa civile.

Al contrario, nell’ombelico della società dell’informazione, gli Stati Uniti, i dati non appena trasmessi ad un ente qualsiasi, cessano di essere proprietà dell’individuo e diventano proprietà dell’ente che li ha raccolti, che può legittimamente farne l’uso che ritiene. Non esiste quindi neppure una teorica possibilità di impedirne l’uso, a meno di dimostrare dolo o danno diretto.

La durata dei dati digitali rispetto a quelli cartacei è un ‘altra fonte di preoccupazione per gli individui; infatti, almeno in generale

 

I dati digitali sono eterni

Il sistema socio-economico “perde” la capacità di dimenticare e di cancellare; in questo contesto i dati personali, accumulandosi, possono arrivare a schiacciare e distruggere la privacy individuale. L’accumulazione dei dati, nel senso di

 

Aggregazione di dati

da fonti diverse, ne moltiplica la significatività e quindi il potere, nel bene e nel male; purtroppo riduce contemporaneamente le già quasi solo teoriche possibilità di controllo, e così provenienze, obblighi e responsabilità sbiadiscono fino a scomparire del tutto.

Cosa resta quindi ? Restano definizioni asettiche quali

 

Profilazione degli utenti

che, pur garantite da presunte anonimizzazioni ed accorpamenti, terminano spesso, specie fuori dalla Comunità Europea, con sistematiche violazioni della sfera privata che potrebbero definirsi senza esagerazione un genocidio della privacy.

 

Ma internet è nata libera, si o no ?

Internet si è sviluppata in una “nicchia ecologica” tecnicamente e storicamente rara.

Chiesta da militari, che volevano le loro reti di comando e controllo resistenti ad attacchi nucleari, finanziata prima da loro e poi dall’equivalente del CNR americano, cresciuta nelle aziende di alta tecnologia che la consideravano uno strumento di lavoro, esplosa a causa del web, dei siti porno e del commercio elettronico.

In questa storia non ci sono motivi per supporre che queste condizioni di libertà siano permanenti, anzi, qualunque analisi porta a concludere che non sono destinate a durare (almeno non in questa forma), vista la “naturale” contrarietà alla deregolamentazione della maggioranza delle forze economiche e politiche.

 

Ma Internet è libera e lo resterà sempre !

Per rispondere in tre parole – non è vero! Le tecnologie su cui internet si basa non sono pensate per tutelare la privacy; del resto non sono pensate nemmeno per essere sicure, ma questa è un’altra storia.

Internet è “naturalmente” controllabile, come lo sono tutte le tecnologie informatiche; sono necessari appositi accorgimenti, software, protocolli e soprattutto comportamenti perché si possa raggiungere un ragionevole livello di privacy individuale.

Uno degli slogan più famosi dell’informatica è “Information wants to be free”

 

L’informazione vuole essere libera …

… ma non è affatto detto che ci riesca. La libertà dell’informazione, come del resto tutte le altre libertà, non è cosa che venga da sola, che sia regalata o che comunque possa essere data per scontata. La libertà va cercata, praticata e difesa, come ben sapevano e sanno tutti quelli che adesso e nella storia ne hanno sperimentato la mancanza.

 

… e per tutti questi motivi, eccoci qui!

 

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