La veglia. Wislawa Szymborska

La veglia

La veglia non svanisce

come svaniscono i sogni.

Nessun brusio, nessun campanello

la scaccia,

nessun grido né fracasso

può strapparci da essa.

Torbide e ambigue

sono le immagini nei sogni,

il che può spiegarsi

in molti modi.

Veglia significa veglia

ed è un enigma maggiore.

Per i sogni ci sono chiavi.

La veglia si apre da sola

e non si lascia sbarrare.

Da essa si spargono

diplomi e stelle,

cadono giù farfalle

e anime di ferri vecchi

da stiro,

berretti senza testa

e cocci di nuvole.

Ne vien fuori un rebus

irrisolvibile.

Senza di noi non ci sarebbero sogni.

Quello senza cui non ci sarebbe veglia

è ancora sconosciuto,

ma il prodotto della sua insonnia

si comunica a chiunque

si risvegli.

Non i sogni sono folli,

folle è la veglia,

non fosse che per l’ostinazione

con cui si aggrappa

al corso degli eventi.

Nei sogni vive ancora

chi ci è morto da poco,

vi gode perfino di buona salute

e di ritrovata giovinezza.

La veglia depone davanti a noi

il suo corpo senza vita.

La veglia non arretra di un passo.

La fugacità dei sogni fa sì

che la memoria se li scrolli di dosso facilmente.

La veglia non deve temere l’oblio.

E’ un osso duro.

Ci sta sul groppone,

ci pesa sul cuore,

sbarra il passo.

Non le si può sfuggire,

perché ci accompagna in ogni fuga.

E non c’è stazione

lungo il nostro viaggio

dove non ci aspetti.

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