Uno dei brani del Caffè Letterario Itinerante di oggi

Per stimolare la partecipazione di chi fosse ancora indeciso, pubblico il brano che leggerò oggi nel corso del primo Caffè Letterario Itinerante.

Se vuoi partecipare fai ancora in tempo. Lascia un messaggio o chiama il numero 334 54 52 704

 

 

Caffè letterario itinerante (www.sensodellavita.com)

Tema dell’incontro: “Letteratura ed ecologia”
22 giugno 2014 – ristorante “La Baita” Santa Marina (SA)

Intervento di Marco

Lettura del brano tratto dal capitolo Terra dei fuochi del libro “Gomorra” di Roberto Saviano

Il paesaggio della terra dei fuochi aveva l’aspetto di un’apocalisse continua e ripetuta, routinaria, come se nel suo disgusto fatto di percolato e copertoni non ci fosse più nulla di cui stupirsi. Nelle inchieste veniva
segnalato un metodo per tutelare lo scarico di materiale tossico dall’interferenza di poliziotti e forestali, un metodo antico, usato dai guerriglieri, dai partigiani, in ogni angolo di mondo. Usavano i pastori
come pali. Pascolavano pecore, capre e qualche vacca. I migliori pastori in circolazione venivano assunti per badare agli intrusi, piuttosto che a
montoni e agnelli. Appena vedevano macchine sospette avvertivano. Lo sguardo e il cellulare erano armi inattaccabili. Li vedevo spesso gironzolare con i loro greggi rinsecchiti e obbedienti al seguito. Una volta li avvicinai, volevo vedere le strade dove i ragazzini smaltitori si esercitavano per guidare i camion. Ormai i camionisti non volevano più
guidare i carichi sino allo sversamento. L’inchiesta “Eldorado” del 2003 aveva dimostrato che venivano sempre di più utilizzati i minori per queste operazioni. I camionisti non si fidavano a entrare troppo in contatto con i rifiuti tossici. Del resto era stato proprio un camionista a far partire la prima importante inchiesta sul traffico di rifiuti nel 1991. Mario Tamburrino era andato in ospedale con gli occhi gonfi, le orbite sembravano tuorli d’uovo che le palpebre non contenevano più. Era completamente accecato, le mani avevano perso il primo strato di
epidermide, gli bruciavano come se gli avessero incendiato benzina sul palmo. Un fusto tossico gli si era aperto vicino al viso, e tanto era bastato per accecarlo e quasi bruciarlo vivo. Bruciarlo a secco, senza fiamme. Dopo quell’episodio i camionisti chiedevano di trasportare i fusti nei carichi dell’autotreno, tenendoli a distanza col rimorchio e non sfiorandoli mai. I più pericolosi erano i camion che trasportavano il compost adulterato, concime mischiato a veleni. Solo inalarli avrebbe potuto
compromettere per sempre l’apparato respiratorio. L’ultimo passaggio, quando i Tir dovevano scaricare i fusti in alcuni camioncini che li avrebbero traghettati direttamente nella fossa della discarica, era il più
rischioso. Nessuno voleva trasportarli. I fusti nei camioncini venivano stipati uno sopra all’altro e spesso si ammaccavano, facendo venir fuori le
esalazioni. Così, appena gli autotreni giungevano, i camionisti non scendevano neanche. Li lasciavano svuotare. Poi dei ragazzini avrebbero portato a destinazione il carico. Un pastore mi indicò una strada in discesa dove si esercitavano a guidare, prima dell’arrivo del carico. In discesa gli insegnavano a frenare, con due cuscini sotto il sedere per farli arrivare ai pedali. Quattordici, quindici, sedici anni. Duecentocinquanta euro a viaggio. Li reclutavano in un bar, il proprietario sapeva e non osava neanche ribellarsi ma rivelava il suo giudizio sui fatti a chiunque, davanti ai cappuccini e ai caffè che serviva.
«Quella roba che gli fanno portare, più se la buttano in corpo quando respirano, prima li farà schiattare. Questi li mandano a morire, non a guidare.»

I piccoli autisti, più sentivano dire che la loro era un’attività pericolosa, mortale, più sentivano di essere all’altezza di una missione così importante.
Cacciavano il petto in fuori e uno sguardo sprezzante dietro gli occhiali da sole. Si sentivano bene, anzi sempre meglio, nessuno di loro neanche per
un istante, poteva immaginarsi dopo una decina d’anni a fare la chemioterapia, a vomitare bile con stomaco, fegato e pancia spappolati.
Continuava a piovere. In pochissimo tempo l’acqua inzuppò la terra che ormai non riusciva ad assorbire più nulla. I pastori impassibili si andarono a sedere come tre santoni emaciati sotto una specie di pensilina costruita con le lamiere. Continuavano a fissare la strada mentre le pecore si mettevano in salvo, arrampicandosi su una collina di spazzatura. Uno dei pastori manteneva un bastone che spingeva contro la tettoia, inclinandola per evitare che si riempisse d’acqua e cascasse sulle loro teste. Ero
completamente zuppo, ma tutta l’acqua che mi crollava addosso non riusciva a spegnere una sorta di bruciore che mi saliva dallo stomaco e si irradiava sino alla nuca. Cercavo di capire se i sentimenti umani erano in grado di fronteggiare una così grande macchina di potere, se era possibile riuscire ad agire in un modo, in un qualche modo, in un modo possibile che permettesse di salvarsi dagli affari, permettesse di vivere al di là delle dinamiche di potere. Mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile tentare di capire, scoprire, sapere senza essere divorati, triturati. O se la scelta era tra conoscere ed essere compromessi o ignorare – e riuscire quindi a vivere serenamente. Forse non restava che dimenticare, non vedere. Ascoltare la versione ufficiale delle cose, trasentire solo distrattamente e reagire con un lamento. Mi chiedevo se potesse esistere qualcosa che fosse in grado di dare possibilità di una vita felice, o forse
dovevo solo smettere di fare sogni di emancipazione e libertà anarchiche e gettarmi nell’arena, ficcarmi una semiautomatica nelle mutande e iniziare a
fare affari, quelli veri. Convincermi di essere parte del tessuto connettivo del mio tempo e giocarmi tutto, comandare ed essere comandato, divenire
una belva da profitto, un rapace della finanza, un samurai dei clan; e fare della mia vita un campo di battaglia dove non si può tentare di sopravvivere, ma solo di crepare dopo aver comandato e combattuto.
Sono nato in terra di camorra, nel luogo con più morti ammazzati d’Europa, nel territorio dove la ferocia è annodata agli affari, dove niente
ha valore se non genera potere. Dove tutto ha il sapore di una battaglia finale. Sembrava impossibile avere un momento di pace, non vivere sempre all’interno di una guerra dove ogni gesto può divenire un cedimento, dove ogni necessità si trasformava in debolezza, dove tutto devi conquistarlo strappando la carne all’osso. In terra di camorra, combattere i clan non è lotta di classe, affermazione del diritto, riappropriazione della cittadinanza. Non è la presa di coscienza del proprio
onore, la tutela del proprio orgoglio. È qualcosa di più essenziale, di ferocemente carnale. In terra di camorra conoscere i meccanismi d’affermazione dei clan, le loro cinetiche d’estrazione, i loro investimenti
significa capire come funziona il proprio tempo in ogni misura e non soltanto nel perimetro geografico della propria terra. Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l’esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riuscissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della
sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di impegno morale.
Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare.

 

 

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