Il Catechismo morale – Immanuel Kant

maestro- Qual è il tuo più grande, anzi il tuo unico desiderio nella vita?
allievo- (Tace.)

maestro- Che tutto vada sempre
secondo il tuo desiderio e il tuo volere.

maestro- Come si chiama tale condizione?
allievo- (Tace.)

maestro- Si chiama felicità(una stabile prosperità, una vita piacevole, piena di soddisfazione per il proprio stato).

maestro- Se tu in questo momento avessi nelle tue mani tutta la felicità (possibile al mondo), vorresti tenerla tutta per te oppure condividerla con i tuoi simili?
allievo- Vorrei condividerla, rendere anche gli altri felici e contenti.

maestro- Questo dimostra che hai un cuore buono, vediamo se dimostri anche un intelletto altrettanto buono. Daresti al pigro soffici cuscini affinché possa vivere in un dolce far niente, o all’ubriacone daresti vino a volontà e tutto quello che contribuisce all’ebbrezza, e all’ingannatore daresti un aspetto e maniere seducenti per raggirare gli altri, e all’uomo violento temerarietà e forza per poter sopraffare gli altri? Questi sono per l’appunto i mezzi che ognuno di essi desidera per essere felice a modo suo.
allievo- No, questo no.

maestro- Vedi allora che, se tu avessi anche tutta la felicità nelle tue mani e la migliore volontà, non accorderesti senza scrupolo a tutti quello che chiedono, ma cercheresti per prima cosa di sapere quanto ognuno di essi sia degno della felicità.
Per te stesso invece non avresti comunque alcuno scrupolo a procurarti subito tutto quello che ritieni opportuno per la tua felicità?
allievo- Certo.

maestro- Ma non ti viene in mente di chiederti se anche tu sia degno della felicità?
allievo- Effettivamente sì.

maestro- Ebbene, ciò che in te tende alla felicità è l’inclinazione, mentre ciò che subordina la tua inclinazione alla condizione di essere prima degno di questa felicità è la ragione, e il fatto che tu possa limitare e dominare con la ragione l’inclinazione costituisce la libertà della tua volontà.

maestro- Ora, la regola e la direttiva per sapere cosa fare per partecipare alla felicità e per non dimostrartene indegno, si trovano esclusivamente nella tua ragione.
Ciò vuol dire che non hai bisogno di apprendere questa regola di condotta dall’esperienza o dall’insegnamento degli altri: è la tua stessa ragione a insegnarti e a comandarti ciò che devi fare. Per esempio, se avessi l’opportunità di trarre un grande vantaggio per te o per i tuoi amici con una bugia ben studiata, che oltretutto non recherebbe danno ad alcuno, cosa ti direbbe la ragione a questo proposito?
allievo- Che non devo mentire, per quanto grande sia il vantaggio per me e per i miei amici. Mentire è vile e rende l’uomo indegno di essere felice. In questo caso c’è una costrizione incondizionata derivante da un comando della ragione (o un divieto), a cui devo obbedire e di fronte al quale tutte le mie inclinazioni devono tacere.

maestro- Come si chiama questa necessità che la ragione impone immediatamenteall’uomo, di agire in conformità alla legge della ragione?
allievo- Si chiama dovere.

maestro- Dunque l’adempimento del dovere è per l’uomo la condizione universale e unica che lo rende degno di essere felice, e questa dignità è una cosa sola con il dovere.

maestro- Ma anche se abbiamo coscienza di una tale volontà buona e attiva, per mezzo della quale riteniamo di essere degni (o almeno non indegni) della felicità, possiamo basare su questo la sicura speranza di partecipare a questa felicità?
allievo- No, non basta, perché non è sempre nostra facoltà procurarcela, e il corso della natura non segue di per sé il merito. Piuttosto, la felicità della vita (e il nostro benessere in generale) dipende dalle circostanze, che sono lontane dall’essere in potere dell’uomo. Dunque la nostra felicità resta sempre soltanto un desiderio, senza mai diventare una speranza se non interviene una qualche altra forza.

maestro- La ragione non ha in sé buoni motivi per ammettere come reale una forza che distribuisce la felicità in base al merito o demerito, che comanda su tutta la natura e domina il mondo con suprema saggezza, vale a dire buoni motivi per credere in Dio?
allievo- Sì, perché noi vediamo nelle opere della natura che possiamo giudicare una saggezza così estesa e profonda che non siamo in grado di spiegarci senon per mezzo dell’arte incommensurabile di un creatore dell’universo, dal quale abbiamo ragione di riprometterci, per quanto riguarda l’ordinamento etico che costituisce pure il più magnifico ornamento dell’universo, un governo altrettanto saggio. In altri termini, se non ci rendiamo noi stessi indegni della felicità, cosa che accade quando trasgrediamo il nostro dovere, possiamo anche sperare di partecipare a tale felicità

Link: http://online.scuola.zanichelli.it/lezionidifilosofia/files/2010/01/U10-L06_zanichelli_Kant.pdf

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